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Costa d’Avorio, caso Kieffer. Un mistero lungo otto anni – integrale

16 April 2012versione stampabile

Alberto Tundo

Stava indagando sulla filiera del cacao in Costa d’Avorio, quando è stato rapito e di lui non si è saputo più nulla. Era il 16 aprile 2004. Sono passati otto anni dalla scomparsa di Guy-André Kieffer, giornalista franco-canadese, esperto di questioni finanziarie e grande conoscitore del mercato di cacao e caffè, il cui export è il principale motore dell’economia ivoriana: un business milionario che genera appetiti e assicura grandi possibilità di arricchimento illecito. Suo fratello Bernard ha accettato di parlare con E-il mensile online, e di raccontare le conclusioni alle quali è arrivata la magistratura francese, di fare il punto su otto anni di indagini che hanno messo in luce le responsabilità dell’allora presidente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo e di sua moglie Simone, da più fonti descritta come l’anima nera del regime.

Sono otto anni che Guy-André Kieffer è scomparso. Dopo tutto questo tempo, quali sono gli elementi certi? Che cosa siete riusciti a scoprire?

Una cosa certa è che Guy André è stato rapito il 16 aprile, intorno alle 13 e 30, nel parcheggio del supermercato Prima di Abidjan. È stato sequestrato da un gruppo di uomini guidati dal “capitano” Jean-Tony Oulaï, un sicario che allora guidava un’unità chiamata “Commando Cobra”, al servizio dei coniugi Gbagbo e di alti esponenti del regime. Un’altra cosa certa è che Guy-André è stato ammanettato, poi detenuto in una cella segreta situata nei sotterranei del palazzo presidenziale e lì interrogato, forse torturato, dagli uomini di Oulaï. I giudici francesi sono riusciti a localizzare questa cella nonostante il presidente Gbagbo affermasse che non esisteva affatto. In seguito, più o meno due giorni dopo, mio fratello sarebbe stato ucciso, con colpi d’arma da fuoco dal commando Cobra. Abbiamo diverse testimonianze molto dettagliate sull’esecuzione anche se non siamo riusciti a scoprire dove si trovi il corpo. Un’altra certezza riguarda il coinvolgimento della presidenza ivoriana e del suo entourage: tutti gli elementi raccolti in otto anni di indagini dai due giudici istruttori francesi conducono al palazzo presidenziale.

In quale contesto è maturato il rapimento e il probabile omicidio di suo fratello? Come e perché, secondo lei, il clan Gbagbo è implicato in questa storia?

Guy-André era ad Abidjan dal 2000, dove era arrivato per conto della società Ccc come consulente esperto in cacao e caffè per un audit che era stato richiesto dallo Stato ivoriano: credo che la sua consulenza abbia danneggiato alcuni dei papaveri del regime che stornavano parte del denaro legato all’export di cacao per fini personali. La missione della Ccc era stata interrotta prima del previsto e i membri del team erano rientrati in Francia, tutti tranne Guy-André che aveva deciso di restare per continuare a indagare, come giornalista indipendente, sui soldi del cacao, lo storno di fondi, i casi di malversazione di esponenti del regime e i contratti per la fornitura di armi. Da alcuni giornalisti suoi colleghi ma anche dagli articoli da lui pubblicati sotto diversi pseudonimi, abbiamo saputo che Guy aveva sparato a pallettoni contro tutti i responsabili di queste malversazioni. È a partire da quel momento, dal 2002, che comincia a farsi molti nemici nel palazzo presidenziale e nell’entourage della coppia Gbagbo. È sicuro per esempio che aveva innervosito parecchio Simone Gbagbo, il ministro dell’Economia Paul Bahoun Bouabrè, che mio fratello definì “il suo miglior nemico”, il direttore della Banca nazionale per gli investimenti Viktor Nembellissini e i responsabili della filiera del cacao in Costa d’Avorio.

Nel 2006, le autorità francesi hanno arrestato il capitano Oulaï. Qual è stato il suo contributo alle indagini?

Si, pare fosse in Francia perché aveva partecipato a un tentativo di golpe contro Gbagbo. È stato sottoposto a una carcerazione preventiva per due anni, poi rimesso in libertà vigilata. So che è riuscito a fuggire in Costa d’Avorio dove però è stato di nuovo detenuto. È di sicuro un attore molto importante nella vicenda ma non è che il principale esecutore: noi vogliamo che la giustizia francese (e quella ivoriana) possa risalire quanto più in alto possibile lungo la catena di comando che ha ordinato il rapimento e l’esecuzione. È quello che ha provato a fare il giudice Ramaël, partendo dal basso, dagli esecutori, per risalire a chi ha dato l’ordine. Oulaï non ha mai parlato con i giudici francesi: si è sempre detto estraneo alla vicenda. Purtroppo per lui hanno parlato altre persone: un componente del commando e uno della guardia presidenziale. Ci sono molti elementi che confermano il suo coinvolgimento. Per chiarire di che personaggio stiamo parlando, è bene sapere che sul suo cellulare sono state trovate foto di diversi cadaveri, di persone uccise durante l’interrogatorio, non di quello di Guy però.

Nell’aprile scorso Gbagbo è stato rovesciato dalle forze fedeli al neopresidente Alassane Ouattara, con l’aiuto di truppe francesi. Avete avuto contatti con la nuova amministrazione? Vi hanno promesso un aiuto nelle indagini?

Sì, abbiamo avuto contatti con il nuovo governo ivoriano grazie alla mediazione dell’ambasciatore ivoriano a Parigi. Ci hanno assicurato che avrebbero fatto il possibile per consentire ai giudici francesi di condurre l’inchiesta sul posto, cosa che col passare degli anni era diventata quasi impossibile per quanto veniva ostacolata. Ci auguriamo che il fatto che Simone Gbagbo non sia stata rinviata a giudizio davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja non tradisca l’intenzione del nuovo governo di chiudere il caso. Ci ha rassicurato anche il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé. Ma ci aspettiamo risultati soprattutto dalla giustizia francese: abbiamo avuto la fortuna che il dossier della scomparsa di mio fratello venisse seguito da un giudice molto competente, determinato e coraggioso, che ha fatto di tutto perché la verità emergesse. Questo giudice si chiama Patrick Ramaël ed è affiancato da un altro giudice istruttore Nicolas Blot, che hanno coordinato le indagini eseguite dalla polizia giudiziaria e, in parte, anche dalla gendarmeria. Il giudice Ramael è stato una decina di volte sul posto e ha dedicato moltissimo tempo alle indagini. Tutto quello che sappiamo, lo dobbiamo al lavoro di queste persone e al contributo di alcuni testimoni chiave che di fatto ci hanno raccontato tutta la storia.

Suo fratello è rimasto altri due anni nonostante il team della Ccc fosse stato invitato a lasciare il Paese. Crede avesse capito che rischiava davvero?

Penso che fosse consapevole che il suo lavoro investigativo era molto pericoloso. Una volta aveva detto: “Tu puoi dire tutto quello che vuoi sulla politica ivoriana: sulla presidenza, il governo, i ministri. Loro fanno spallucce. Al contrario, se li tocchi nelle loro tasche possono diventare davvero cattivi”. Credo che fino all’inizio del 2004 Guy godesse di una sorta di protezione “amichevole e non ufficiale” per via della sua doppia cittadinanza, francese e canadese, e per la sua vicinanza all’ambasciatore canadese in Costa d’Avorio, ma quando quest’ultimo ha lasciato Abidjan, si è ritrovato senza protezione, vulnerabile ed esposto a tutte le minacce, anche perché non era ugualmente vicino all’ambasciatore francese che anzi si era rifiutato di riceverlo quando Guy aveva chiesto un incontro, poche settimane prima di essere rapito. Una volta che Guy si è ritrovato senza un “protettore”, la sua eliminazione è avvenuta piuttosto velocemente. Quando è stato rapito, era di fatto uno dei pochissimi giornalisti che possedeva una conoscenza approfondita delle finanze pubbliche ivoriane e delle gravi responsabilità dei politici locali. Era tanto più pericoloso perché era sul posto, nel cuore del sistema finanziario ivoriano. Aveva il suo ufficio nella stessa torre in cui si trovava quello del ministro delle Finanze ivoriano, sembra incredibile! Stava per lasciare la Costa d’Avorio per trasferirsi in Ghana ma non ne ha avuto il tempo. Sono convinto che nell’aprile 2004 i responsabili del suo sequestro si trovassero nella presidenza e nel ministero delle Finanze.

Aveva ricevuto minacce?

Era stato minacciato apertamente e pubblicamente più volte, da una persona vicina a Bouabré, da Nembellisini e dal responsabile della filiera del cacao Tapé Doh. Uno dei testimoni ci ha detto di aver assistito a una conversazione telefonica nel corso della quale Simone Gbagbo aveva detto che Guy doveva essere eliminato. Il responsabile della sicurezza della signora Gbagbo, il capitano Seka Seka, arrestato di recente dalle autorità ivoriane, è apparso a più riprese coinvolto nella sua eliminazione. Il fratello di Simone, Michel Legré, è colui che ha dato appuntamento a Guy il giorno in cui fu rapito, attirandolo in trappola. Bisogna infine ricordare che mio fratello è stato rapito proprio mentre arrivava ad Abidjan una delegazione del Fondo monetario per raccogliere informazioni sulle finanze ivoriane: è stato fatto sparire proprio per evitare che incontrasse quella delegazione alla quale avrebbe avuto molte cose da dire. Alcuni mesi dopo la sparizione di Guy, un avvocato francese, Xavier Ghelber, al quale l’Unione europea aveva affidato un’inchiesta sulla filiera del cacao ivoriano, viene prelevato anche lui da un commando, mentre si trovava nella sua camera d’albergo. Se è sopravvissuto è solo per un miracolo, a causa della disorganizzazione del commando (uno dei componenti si era sparato per sbaglio un colpo alla gamba). L’inchiesta del giudice Ramaël ha dimostrato che la squadra di sequestratori era in contatto telefonico col palazzo presidenziale. Il suo sequestro è la fotocopia di quello di Guy.

Negli ultimi contatti con Guy-André voi avete percepito qualcosa di strano? Vi ha confidato di essere preoccupato per le minacce che aveva ricevuto?

Si e no. È solo dopo il suo rapimento che io ho scoperto la meticolosità del lavoro d’indagine che stava facendo sul posto. Lui si limitava a dirmi che stava conducendo una lotta contro la corruzione e che la situazione per lui si stava facendo calda, lo ha scritto nell’ultima mail che mi ha inviato. Prima del suo sequestro, non sapevo molto delle sue inchieste e dei suoi articoli. E poi io non sono un esperto di finanza né di materie prime: è solo con l’aiuto dei suoi colleghi che potuto capire la profondità e l’ampiezza del suo lavoro e i pericoli ai quali si era esposto.

È stato scritto anche che suo fratello, da ottimo conoscitore della filiera del cacao ivoriano, lavorasse anche come consulente per alcune società e che le ragioni del suo sequestro vadano cercate più in quell’ambiente che nel suo lavoro di giornalista. Cosa ne pensa?

No, non credo a questa tesi. Come ho già detto, Guy aveva raggiunto la Costa d’Avorio su richiesta della Ccc, alla quale il governo ivoriano aveva commissionato una consulenza sulla filiera del cacao per riformarla. Ma questo lavoro si è rivelato dannoso per alcuni esponenti dell’amministrazione ivoriana, sia da un punto di vista economico che da un punto di vista penale, ragion per cui il team della Ccc è stato invitato a lasciare immediatamente il Paese e a non occuparsi più del cacao ivoriano. Penso ciò sia avvenuto alla fine del 2002. Sono invece convinto che le ragioni dell’omicidio di Guy vadano ricercate nel lavoro giornalistico che ha condotto tra il 2002 e il 2004. Prima della caduta di Gbagbo, sua moglie e l’avvocato di quest’ultima, Monsieur Dadjè (attualmente detenuto in Costa d’Avorio) hanno a più riprese cercato di screditare mio fratello, dipingendolo come una spia francese, un mitomane che aveva inscenato la sua sparizione prima di rifugiarsi in Israele, un finto giornalista incaricato di destabilizzare il regime e altre amenità del genere: niente per il quale valga la pena di perderci del tempo. Davanti al giudice Ramaël, Simone Gbagbo ha affermato di non aver mai conosciuto Guy-André e di non essersi mai sentita danneggiata dal suo lavoro. Dopo la caduta della coppia presidenziale, lo stesso giudice ha trovato un voluminoso dossier su Guy-André e sulle sue indagini nella residenza privata di Simone Gbagbo. Lo stesso Gbagbo, che a me, alla fine del 2004, aveva detto che “Guy è un amico, è vivo e faremo di tutto per ritrovarlo”, ha poi detto di averlo incontrato una volta o due, infine ha detto di non sapere nemmeno chi fosse e quale fosse il suo lavoro ad Abidjan.

Quali sono gli ultimi sviluppi giudiziari di questa vicenda?

All’inizio di gennaio di quest’anno il giudice Ramaël si è recato di nuovo in Costa d’Avorio per esaminare fosse nel centro e nell’ovest del Paese, a diverse centinaia di chilometri da Abidjan, sulla base di indicazioni ricevute da alcune fonti. Il ritrovamento di alcune ossa umane aveva fatto pensare che si trattasse di quelle di Guy ma i test genetici hanno dimostrato che non erano sue le ossa. Altre testimonianze sono al vaglio in questo momento ma è molto difficile distinguere tra “informazione” e “depistaggio”.

Chi era Guy-André?

Era un inchiestista, molto impegnato nella lotta contro tutte le forme di corruzione ma anche contro lo sfruttamento dei bambini nelle piantagioni di cacao. L’ho sempre saputo così impegnato ma non lo immaginavo tanto coraggioso. Con molta determinazione ha fatto suo il detto del giornalista Albert Londres: “Si deve mettere la penna nella ferita”. Lui l’ha fatto, nonostante fossero davvero pochi i giornalisti coraggiosi che in Costa d’Avorio, nel 2004, sotto il regime della coppia Gbagbo e degli squadroni della morte, osavano farlo. Era altresì un grande esperto di materie prime, un’autorità riconosciuta in questo campo anche grazie ai 18 anni trascorsi in un giornale economico francese come La Tribune. Tutti i giornalisti che venivano in Costa d’Avorio per capire come funzionava la filiera del cacao ivoriano e come si muoveva il flusso di denaro, sapevano che dovevano parlare con lui. Ma era anche un fratello, un marito e un padre, una vita a Montreal e una a Parigi. L’unica cosa che non capisco è perché abbia sottostimato i rischi così a lungo, se sapeva di essere minacciato da personaggi molto potenti. Perché non è partito prima per il Ghana? Ma c’è un’altra cosa che mi lascia pensare.

Che cosa?

Guy-André viveva ad Abidjan con una compagna ghanese: dopo il suo sequestro lei è partita per rifugiarsi in Ghana, dalla sua famiglia. Sono venuto a sapere che è morta tra i sei e gli otto mesi dopo mio fratello: non aveva nemmeno una quarantina d’anni e non era malata, e a tutt’oggi non si conoscono le ragioni di questo improvviso decesso. Alcuni mi hanno detto che sarebbe stata uccisa per evitare che parlasse o raccontasse cose compromettenti per il governo ivoriano. Non ne sono proprio convinto anche perché so che lei non seguiva molto il lavoro di Guy e poi non parlava francese. Ciononostante la sua morte per me resta comunque un mistero.

La Francia continua a seguire questa storia o si è dimenticata del caso Kieffer?

Stampa, radio e televisione non se ne sono dimenticati e ogni volta che nel dossier emerge qualcosa di nuovo danno ampio spazio alla cosa. Il rapporto con la politica è molto più complicato. Come ho già detto, l’ambasciatore francese aveva messo Guy-André sulla sua “lista nera”, probabilmente per non complicare le relazioni franco-ivoriane già molto complesse. Abbiamo saputo per caso, atttraverso la stampa ivoriana – e l’informazione si è rivelata poi vera – che due alti funzionari del ministero degli Esteri francese, esperti di relazioni franco-ivoriane, erano giunti ad Abidjan proprio la mattina in cui Guy venne sequestrato. Dal momento che nessuno dei due responsabili ci aveva detto di essere stato sul posto nel giorno del sequestro, noi ci poniamo alcune domande: perché chi ha rapito mio fratello l’ha fatto proprio nel giorno in cui arrivavano due alti funzionari del ministero degli Esteri francese? Questi due hanno dato il loro benestare all’eliminazione di Guy dal paesaggio ivoriano (che si poteva fare tramite espulsione e non necessariamente per eliminazione)? Si voleva evitare che lui incontrasse la delegazione dell’Fmi? Sono legittimi i dubbi sul curioso atteggiamento dell’ambasciatore francese nei confronti di Guy-André e sul silenzio mantenuto dai due funzionari sulla loro presenza ad Abidjan quel 16 aprile. Dai due interessati non abbiamo ricevuto nessuna risposta soddisfacente. Il presidente Jacques Chirac ha sempre rifiutato ogni nostra richiesta d’incontro. Nicholas Sarkozy, invece, appena eletto, nel 2007, ce l’ha concesso subito ma poi ha tolto il caso alla polizia giudiziaria che lo seguiva dal 2004, forse per un “regolamento di conti” con il giudice Ramaël che seguiva altri casi delicati. Noi, familiari e amici di Guy-André speriamo che l’inchiesta arrivi a una conclusione e che questa venga resa nota. Speriamo che vengono identificati esecutori e mandanti e che rispondano davanti alla giustizia ivoriana, visto che tutti i protagonisti sono ivoriani e la Corte penale internazionale da quel che so non ha competenza sui crimini individuali.