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Costa d’Avorio, caso Kieffer. Un mistero lungo otto anni

17 April 2012versione stampabile

Alberto Tundo

Stava indagando sulla filiera del cacao in Costa d’Avorio, quando è stato rapito e di lui non si è saputo più nulla. Era il 16 aprile 2004. Sono passati otto anni dalla scomparsa di Guy-André Kieffer, giornalista franco-canadese, esperto di questioni finanziarie e grande conoscitore del mercato di cacao e caffè, il cui export è il principale motore dell’economia ivoriana: un business milionario che genera appetiti e assicura grandi possibilità di arricchimento, anche illecito. Suo fratello Bernard ha accettato di parlare con E-il mensile online, e di raccontare le conclusioni alle quali è arrivata la magistratura francese, di fare il punto su otto anni di indagini che hanno messo in luce le responsabilità dell’allora presidente della Costa d’Avorio Laurent Gbagbo e di sua moglie Simone, da più fonti descritta come l’anima nera del regime. Di seguito riportiamo una sintesi dell’intervista. Qui la versione integrale.

Sono otto anni che Guy-André Kieffer è scomparso. Dopo tutto questo tempo, quali sono gli elementi certi? Che cosa siete riusciti a scoprire?

Una cosa certa è che Guy André è stato rapito il 16 aprile, intorno alle 13 e 30, nel parcheggio del supermercato Prima di Abidjan. È stato sequestrato da un gruppo di uomini guidati dal “capitano” Jean-Tony Oulaï, un sicario che allora guidava un’unità chiamata “Commando Cobra”, al servizio dei coniugi Gbagbo e di alti esponenti del regime. Un’altra cosa certa è che Guy-André è stato ammanettato, poi detenuto in una cella segreta situata nei sotterranei del palazzo presidenziale e lì interrogato, forse torturato, dagli uomini di Oulaï. I giudici francesi (Patrick Ramaël e Nicholas Blot, ndr) sono riusciti a localizzare questa cella nonostante il presidente Gbagbo affermasse che non esisteva affatto. In seguito, più o meno due giorni dopo, mio fratello sarebbe stato ucciso, con colpi d’arma da fuoco dal commando Cobra. Abbiamo diverse testimonianze molto dettagliate sull’esecuzione anche se non siamo riusciti a scoprire dove si trovi il corpo. Un’altra certezza riguarda il coinvolgimento della presidenza ivoriana e del suo entourage: tutti gli elementi raccolti in otto anni di indagini dai due giudici istruttori francesi conducono al palazzo presidenziale.

In quale contesto è maturato il rapimento e il probabile omicidio di suo fratello? Come e perché, secondo lei, il clan Gbagbo è implicato in questa storia?

Guy-André era ad Abidjan dal 2000, dove era arrivato per conto della società Ccc come consulente esperto in cacao e caffè per un audit che era stato richiesto dallo Stato ivoriano: credo che la sua consulenza abbia danneggiato alcuni dei papaveri del regime che stornavano parte del denaro legato all’export di cacao per fini personali. La missione della Ccc era stata interrotta prima del previsto e i membri del team erano rientrati in Francia, tutti tranne Guy-André che aveva deciso di restare per continuare a indagare, come giornalista indipendente, sui soldi del cacao, lo storno di fondi, i casi di malversazione di esponenti del regime e i contratti per la fornitura di armi. Da alcuni giornalisti suoi colleghi ma anche dagli articoli da lui pubblicati sotto diversi pseudonimi, abbiamo saputo che Guy aveva sparato a pallettoni contro tutti i responsabili di queste malversazioni. È a partire da quel momento, dal 2002, che comincia a farsi molti nemici nel palazzo presidenziale e nell’entourage della coppia Gbagbo. È sicuro per esempio che aveva innervosito parecchio Simone Gbagbo, il ministro dell’Economia Paul Bahoun Bouabrè, che mio fratello definì “il suo miglior nemico”, il direttore della Banca nazionale per gli investimenti Viktor Nembellissini e i responsabili della filiera del cacao in Costa d’Avorio.

Aveva ricevuto minacce?

Era stato minacciato apertamente e pubblicamente più volte, da una persona vicina a Bouabré, da Nembellisini e dal responsabile della filiera del cacao Tapé Doh. Uno dei testimoni ci ha detto di aver assistito a una conversazione telefonica nel corso della quale Simone Gbagbo aveva detto che Guy doveva essere eliminato. Il responsabile della sicurezza della signora Gbagbo, il capitano Seka Seka, arrestato di recente dalle autorità ivoriane, è apparso a più riprese coinvolto nella sua eliminazione. Il fratello di Simone, Michel Legré, è colui che ha dato appuntamento a Guy il giorno in cui fu rapito, attirandolo in trappola. Bisogna infine ricordare che mio fratello è stato rapito proprio mentre arrivava ad Abidjan una delegazione del Fondo monetario per raccogliere informazioni sulle finanze ivoriane: è stato fatto sparire proprio per evitare che incontrasse quella delegazione alla quale avrebbe avuto molte cose da dire. Alcuni mesi dopo la sparizione di Guy, un avvocato francese, Xavier Ghelber, al quale l’Unione europea aveva affidato un’inchiesta sulla filiera del cacao ivoriano, viene prelevato anche lui da un commando, mentre si trovava nella sua camera d’albergo. Se è sopravvissuto è solo per un miracolo, a causa della disorganizzazione del commando (uno dei componenti si era sparato per sbaglio un colpo alla gamba). L’inchiesta del giudice Ramaël ha dimostrato che la squadra di sequestratori era in contatto telefonico col palazzo presidenziale. Il suo sequestro è la fotocopia di quello di Guy.

Chi era Guy-André?

Era un inchiestista, molto impegnato nella lotta contro tutte le forme di corruzione ma anche contro lo sfruttamento dei bambini nelle piantagioni di cacao. L’ho sempre saputo così impegnato ma non lo immaginavo tanto coraggioso. Con molta determinazione ha fatto suo il detto del giornalista Albert Londres: “Si deve mettere la penna nella ferita”. Lui l’ha fatto, nonostante fossero davvero pochi i giornalisti coraggiosi che in Costa d’Avorio, nel 2004, sotto il regime della coppia Gbagbo e degli squadroni della morte, osavano farlo. Era altresì un grande esperto di materie prime, un’autorità riconosciuta in questo campo anche grazie ai 18 anni trascorsi in un giornale economico francese come La Tribune. Tutti i giornalisti che venivano in Costa d’Avorio per capire come funzionava la filiera del cacao ivoriano e come si muoveva il flusso di denaro, sapevano che dovevano parlare con lui. Ma era anche un fratello, un marito e un padre, una vita a Montreal e una a Parigi. L’unica cosa che non capisco è perché abbia sottostimato i rischi così a lungo, se sapeva di essere minacciato da personaggi molto potenti. Perché non è partito prima per il Ghana? Ma c’è un’altra cosa che mi dà da pensare.

Che cosa?

Guy-André viveva ad Abidjan con una compagna ghanese: dopo il suo sequestro lei è partita per rifugiarsi in Ghana, dalla sua famiglia. Sono venuto a sapere che è morta tra i sei e gli otto mesi dopo mio fratello: non aveva nemmeno una quarantina d’anni e non era malata, e a tutt’oggi non si conoscono le ragioni di questo improvviso decesso. Alcuni mi hanno detto che sarebbe stata uccisa per evitare che parlasse o raccontasse cose compromettenti per il governo ivoriano. Non ne sono proprio convinto anche perché so che lei non seguiva molto il lavoro di Guy e poi non parlava francese. Ciononostante la sua morte per me resta comunque un mistero.