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Ucraina, l’ombra del Cremlino

17 April 2012versione stampabile

Alberto Tundo

Che cosa può fare un presidente isolato, paranoico, ai ferri corti col suo stesso partito e consapevole che le prossime elezioni politiche potrebbero notificargli l’avviso di sfratto, privandolo della maggioranza in parlamento? In un Paese democraticamente maturo, l’uomo si preparerebbe a una vita da boiardo di Stato, senza onori, senza oneri e con molti soldi. In Ucraina accade che il soggetto in questione invece si prepari a resistere, oliando la macchina repressiva e affidandosi a un protettore di lusso: Vladimir Putin. Su Kiev, insomma, si starebbe allungando l’ombra del Cremlino. È una storia che si articola intorno a vicende tra lo stravagante e l’inquietante. Per raccontarla, conviene partire da due date, collegate a due nomi, o meglio, a due nomine che risolvono la battaglia interna, cruciale, per il controllo dell’apparato di sicurezza ucraino. È il 3 febbraio di quest’anno: il presidente Viktor Yanukovich, che è in carica da due anni, rimette mano alla composizione del suo gabinetto e, a sorpresa, chiama alla guida dell’Sbu, il potente servizio segreto, Igor Kalinin. Cinque giorni dopo, nomina ministro della Difesa Dmytro Salamatin. Due veri e propri outsider che hanno in comune la nazionalità: sono russi.

Kalinin si forma nel Kgb, arriva a guidare l’Udo, il IX Direttorato, si trasferisce in Ucraina, entra nell’Sbu dove diventa il responsabile dell’addestramento delle unità Alpha (teste di cuoio dell’Antiterrorismo). Salamatin, kazako di nascita in realtà, costruisce la sua carriera a Mosca (si dice che sia il figlioccio dell’ex vicepremier russo Oleg Soskovets) ma nel 1999 si trasferisce in Ucraina, aderisce al Partito delle regioni, quello di Yanukovich, la cui vittoria alle presidenziali del 2010 gli garantisce la nomina alla guida Ukrstetsexport, l’agenzia ucraina che sovrintende all’export di armi, che terrà fino al febbraio 2012. Perché mettere due stranieri in posizioni chiave per la sicurezza nazionale con una carriera costruita al di fuori di quelle istituzioni? Perché i due sono uomini adatti alle operazioni sporche. Kalinin in particolare è risultato coinvolto in aggressioni a sostenitori dei partiti anti-Yanukovich e in episodi di disturbo dei relativi comizi, mentre Salamatin, secondo quanto ricostruito dalla rivista Intelligence Quarterly, da numero uno di Ukrstetsexport aveva portato nelle mani de “la Famiglia” (così è noto il clan Yanukovich) il flusso di denaro legato alla vendita di armi, al quale prima avevano accesso diversi oligarchi.

Tutti e due sono fedelissimi del clan, la cui eminenza grigia è il figlio del presidente, Oleksandr. Ma non sono i soli. Sempre fedeli al presidente, e sempre russi, sono anche Igor Shuvalov, responsabile per i media e la “tecnologia politica” dell’amministrazione presidenziale e Viacheslav Zanevskyi, il capo delle guardie del corpo di Yanukovich. Rientrebbero nell’orbita russa anche due ministri (Esteri e Istruzione, quest’ultimo sponsorizzato dal Patriarca russo, Cirillo) e l’ex ministro della Difesa, Mykhailo Yezhel, colui che nel 2010 annullò l’espulsione della flotta russa di stanza nel mar Nero dal porto di Sebastopoli, in Crimea, decisa dall’amministrazione filoccidentale del presidente Viktor Iushchenko. Con gli accordi di Kharkiv, Mosca ha recuperato libertà di manovra per la sua flotta del mar Nero in un’area dall’alto valore strategico. Putin vorrà tutelarli: il modo migliore per farlo è tutelare Yanukovich, che ne è il garante.

Ma c’è di più: sul tavolo c’è la cooperazione nel settore degli armamenti, campo nel quale i due Paesi per un certo periodo si sono fatti concorrenza, e naturalmente la partita del gas, con Gazprom che da un paio d’anni cerca la fusione con la società statale Naftogaz Ukrayini. In ballo c’è il controllo della rete di pipeline ucraine per le quali passa l’80 per cento del gas che la Russia vende all’Europa occidentale. Se Gazprom ci riuscisse, la Russia si garantirebbe un potere di vita e di morte sull’Europa in campo energetico. Quindi, tutto lascia pensare che Putin voglia salvaguardare quel Yanukovich per il quale non ha mai avuto simpatia e stima, almeno a leggere alcuni cablogrammi diffusi da Wikileaks. Ma Yanukovich ha fatto i giusti passi nel momento giusto, come quando ha accettato l’invio di consiglieri russi per il repulisti operato nelle file dell’Sbu e di altre agenzie, con liste di candidate approvate direttamente dal Cremlino, secondo quanto riferiva la Gazeta Wyborcza del primo marzo.

Il presidente però è sempre più isolato, anche nel partito, la sua popolarità cala a vista d’occhio, e a ottobre il suo sistema di potere potrebbe subire uno scossone. Che in due posti chiave per il controllo degli apparati di sicurezza abbia messo uomini suoi, che rispondono solo e soltanto a lui, potrebbe voler significare che in caso d’imprevisti, l’uso della forza diventerebbe un’opzione percorribile. D’altronde, che volesse un riavvicinamento alla Russia, non l’ha mai nascosto durante la campagna elettorale. Ma adesso è andato oltre, mutuando il sistema di potere putiniano basato sui siloviki, gli uomini dell’intelligence a lui fedeli e piazzati nei gangli vitali dell’amministrazione russa. In queste condizioni, l’Ucraina si avvicina ad elezioni che, è molto probabilmente, riproporranno la stessa polarizzazione di sempre tra filorussi e filoccidentali.

 

One Response to Ucraina, l’ombra del Cremlino

  1. Giuseppe

    17 April 2012 at 20:46

    Hai capito tutto. ma chi te li detta gli articoli, l’ambasciata americana? Per cortesia….