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American Bank

18 April 2012versione stampabile

Emanuele Bompan

Nulla sono servite le consultazioni e le interviste degli addetti di human resources della Banca Mondiale. Per la 12esima volta il direttore dell’istituzione internazionale nata con gli accordi di Bretton Woods, sarà come consuetudine consolidata (colonialista, neoliberista, atlanticistica) un americano, il professore Jim Yong Kim, preside dell’università di Dartmouth. Certo non è un banchiere, Kim ha posizioni lontane da figure come Paul Wolfowitz (uno degli architetti della strategia neocons di Bush che ha devastato l’America) e ha origini coreane (una mossa per per compiacere la Corea del Sud un alleato sempre più strategico per Obama).

La sua nomina è avvenuta a scapito di due candidature ufficiali dei paesi emergenti: l’economista nigeriana Ngozi Okonjo-Iewala, una vecchia conoscenza della banca Mondiale, ma attualmente ministro delle Finanze nigeriano e colombiano Jose Antonio Ocampo, che ha abbandonato la candidatura venerdì, consapevole che i giochi al 1818 di H Street erano già stati fatti.

Kim governerà su uno staff di 9.000 economisti ed amministrerà un portafoglio di prestiti del valore di 260 miliardi di dollari.

Il neopresidente potrebbe avere molte opportunità per riformare questa istituzione. A partire proprio da Rio+20 dove la Banca potrebbe accogliere la sfida di dare la priorità a progetti green, mettendo da parte il supporto a progetti basati sui combustibili fossi o giga-progetti di idroelettrico.

Si tratterà poi di rendere l’istituto, come ha detto lo stesso Kim «capace di assistere le nazioni per sconfiggere la povertà un mondo in rapido cambiamento», dove le potenze emergenti potrebbero fare a meno della Banca stessa, oppure come sta succedendo in Africa con la Cina, prendere il suo posto in termini di prestiti per lo sviluppo. Da sola la Banca di Sviluppo del Brasile ha erogato loans per oltre 80 miliardi di dollari, quasi un terzo della World Bank, mentre la Cina a sua volta ha prestato al Sud America una quantità di denaro superiore a quella della banca Mondiale della Inter-American Development Bank e della potente Export-Import Bank of the United States. Insieme.

Oggi infatti forse anche più della Banca mondiale (che lentamente si sta riformando) c’è il rischio di un nuovo strapotere di nuovi istituti regionali di credito per lo sviluppo che ricalchino le tristi orme delle development bank occidentali come BEI e IADB.

Una fonte interna alla banca conferma: «In ogni caso saranno i paesi membri a decidere come allocare i prestiti. La banca esegue». Quindi dipenderà sempre dai capi di stato. C’è da stare proprio sereni…