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Argentina- Spagna e il benestare di Washington

18 April 2012versione stampabile

Alessandro Grandi

La crisi c’è e si vede. Non quella economica ma quella diplomatica fra Argentina e Spagna. Il nodo della questione è la nazionalizzazione della Ypf-Repsol, avvenuta ieri a Buenos Aires per colontà dell’esecutivo argentino.
Una mossa che arriva a poco più di 24 ore dall’incontro avvenuto a Cartagena (Colombia), gra la presidente argentina Cristina Kirchner e Barack Obama, presidente Usa.
Una coincidenza non da poco, visto che dopo la “cumbre”, la Kirchner ha avviato le procedure per il commissariamento (prima) e la nazionalizzazione (poi) del colosso dell’energia spagnolo. Ne abbiamo discusso con il presidente dell’Icei (Istituto Cooperazione Economica Internazionale), Alfredo Somoza.

E’ una decisione con giallo” dice Somoza. “E’ un commissariamento con esproprio. Poi ci sarà un tribunale che fisserà il valore e l’impresa verrà risarcita. Questo perché non sono stati rispettati i patti. Però il tempismo è quello che deve essere sottolineato. La decisione è stata formalizzata non appena la presidente Kirchner è rientrata dalla Colombia, da Cartagena dove c’era stato il Vertice delle Americhe, con la presenza ovviamente degli Usa. Dopo un’ora e mezza di colloqui con Obama, del quale nessuno fino a oggi conosce gli argomenti, ma ritengo altamente improbabile che fra i due non sia entrato in gioco l’argomento Repsol” racconta Somoza.

“Il fatto che non ci siano stati veti da parte degli statunitensi e che l’Argentina abbia fatto ciò che voleva, significa che Washington ha interesse affinché Buenos Aires gestisca direttamente il settore petrolifero all’interno dei suoi confini. Poi come sappiamo, in Argentina a Vaca Muerta è stato appena scoperto un giacimento che potrebbe produrre 22 miliardi di barili di greggio, cosa che renderebbe il Paese autosufficiente energeticamente. Però c’è il problema delle infrastrutture che potrebbero richiedere investimenti per oltre 25 miliardi di dollari. Ecco in questo modo entrerebbero in gioco gli Usa. Non mi meraviglierei di vedere aziende Usa partecipare ai lavori di estrazione in Argentina, anche perché difficilmente possono esserci altre entità in grado di investire denaro e allo stesso tempo fornire alta tecnologia, cosa che Buenos Aires non ha e che deve cercare”.

Certo è che il Vertice di Cartagena non è stato un fulmine a ciel sereno per nessuna delle nazioni partecipanti. Tutt’altro. Malgrado il (quasi certo) benestare avuto dagli Usa sulla vicenda Repsol, la stessa cosa Buenos Aires non l’ha incassata per l’annosa vicenda relativa alla sovranità sull’arcipelago delle isola Malvinas/Falkland. La Kirchner infatti, non ha portato a casa una risoluzione favorevole (magari una vera e propria dichiarazione), che avrebbe visto anche gli Usa schierarsi con l’Argentina, e per queste ragioni dovrebbe quasi definitivamente rinunciare ai possibili giacimenti presenti nelle acque dell’arcipelago. “A questo punto conviene tenersi il greggio che si ha in casa e fare di tutto per sviluppare al meglio il settore” conclude il presidente Icei.