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Riletture. Bel Ami, archetipo di Valter Lavitola

18 April 2012versione stampabile

Non ricordo l’impressione che mi aveva fatto la prima volta che lessi “Bel Ami” di Guy de Maupassant. Poco importa, come diceva Calvino ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima. E oggi che l’ho ripreso in mano, in occasione del film con Robert Pattinson (“Bel Ami, storia di un seduttore”), più che all’icona del bel vampiro che fa battere il cuore alle teenager, mi ha fatto pensare all’archetipo del “faccendiere” contemporaneo, il prototipo di Valter Lavitola e compagni.

Bel Ami è la storia di George Duroy, un giovane di modeste origini che nella Parigi di fine Ottocento abbraccia il giornalismo e arriva al successo.

E’ un uomo mediocre, di scarsa cultura, cinico e disinibito, pronto a cambiare bandiera a seconda delle convenienze. Sempre ben vestito, cordiale, sa trattare con la gente che conta e si muove con disinvoltura nei meandri della vita politica ed economica.

Grazie alle giuste conoscenze, alle sue ricche amanti e ad un’azzeccata serie di matrimoni (e divorzi) diventa così influente da essere indispensabile.

Non conosce regole né valori, Bel Ami, se non quelli del potere e della sopraffazione. Ma allora come oggi non è il solo. Al successo personale arriva, infatti, approfittando della debolezza di una società corrotta, che ha perso la sua dimensione morale.

Un personaggio sgradevole, come oggi ne vediamo tanti. L’archetipo di un comportamento che vede nel successo personale l’unica base etica e nella sopraffazione la sua regola.

Una lettura (o rilettura) che ci può insegnare molto. E a oltre un secolo di distanza ci lascia sgomenti ripetere le parole che un anziano poeta declama al cospetto di Bel Ami

 

E io cerco la chiave di questo enigma oscuro
nel cielo nero e vuoto ove si culla,
alla deriva, un astro fioco.”