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Egitto, gli interessi nella corsa alla presidenza

22 April 2012versione stampabile

Lorenzo Giroffi

La situazione intricata in Egitto, la delusione dei fautori della rivoluzione, l’assestamento istituzionale, le elezioni imminenti, l’esclusione di tre importanti rappresentanti della società egiziana dalla candidatura alle prossime presidenziali, gli interessi economici e politici dell’esercito. Chiediamo un’analisi prestigiosa di tutto ciò ad uno degli studiosi più esperti delle questioni egiziane: Massimo Campanini, professore di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università di Trento, che ha tradotto importanti testi di filosofia, teologia musulmana ed esegi coranica, scritto molte opere di carattere storico (molti dei suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, arabo, portoghese e serbo).

L’estromissione di queste tre personalità così importanti ( l’ ex capo dell’intelligence di Hosni Mubarak, Omar Suleiman; l’uomo di punta dei fratelli Musulmani, Khairat el-Shater; il leader dei salafiti Hazem Abu Ismail) dalla corsa all’elezione, crede possa dipendere dagli interessi dei vertici militari?

Credo sia interessante notare che le personalità escluse (oltre a Omar Sulayman, Khayrat al-Shater e Hazim Abu Ismail, bisogna ricordare Ayman Nur) appartengono ai più diversi orientamenti politici. Omar Sulayman è stato capo dei servizi segreti sotto Mubarak, per cui deve essere ritenuto un esponente pienamente organico del vecchio regime; Khayrat al-Shater e Abu Ismail sono esponenti dei due principali partiti islamici che hanno vinto le elezioni in Egitto (i Fratelli Musulmani e i salafiti) e che propongono, sia pure in termini differenziati sia riguardo al contenuto sia riguardo al metodo, un ritorno alla shari’a e alle fonti primarie della religione; Ayman Nur è un liberale, laico, uno dei primi ad aver osato sfidare l’establishment di Mubarak, atteggiamento che gli è costato la prigione. Dunque, sembra che la Commissione incaricata di vagliare le candidature alla presidenza della repubblica non sia stata condizionata da pregiudizi o da volontà preconcette; sembra cioè che abbia operato in onestà e indipendenza, senza badare alle appartenenze o alle inclinazioni politiche dei personaggi che doveva giudicare. Ciò in generale non collima con gli interessi della giunta militare che, per esempio, avrebbe potuto trovare in Omar Sulayman un rappresentante relativamente affidabile. È vero che i militari attualmente non convergono con gli interessi delle organizzazioni islamiste, per cui l’esclusione di al-Shater e Abu Ismail, può essere considerata a loro conveniente. Ma c’è, appunto, da chiedersi se questa volta la magistratura non abbia operato in piena autonomia, senza guardare in faccia a nessuno.

 

In Egitto resta forte la paura dei militari di perdere il proprio predominio sugli interessi economici del Paese a dispetto dell’ascesa degli islamici. Non potrebbe funzionare una coesistenza tra i militari ed i partiti religiosi come succede in Turchia, dove l’AKP di Erdogan ormai è a suo agio nei vertici dello Stato?

Premetto che, a mio avviso, la coesistenza tra militari e partito religioso in Turchia non è spontanea e non è frutto di un effettivo superamento delle differenze tra gli interessi delle forze in campo. I militari hanno a lungo contrastato l’affermazione in Turchia di partiti e movimenti islamici, e se, attualmente, l’AKP è in grado di mantenere i militari nelle caserme smussandone le eventuali velleità interventiste e golpiste, ciò dipende dall’autorevolezza e dall’appoggio popolare che il partito di Erdogan si è guadagnato. In Egitto, la situazione è diversa. I militari non sembrano più godere dell’incondizionato appoggio popolare dei primi tempi della rivoluzione: le loro ambiguità hanno raffreddato la percezione che “esercito e popolo siano una cosa sola”. I militari hanno sicuramente tradito le aspettative dei manifestanti di piazza Tahrir. Il loro contributo al rovesciamento del regime di Mubarak, innegabile, non si è tradotto in una vera presa di posizione democratica. D’altro canto, è ancora presto per dire se i Fratelli Musulmani (o in subordine i salafiti) abbiano davvero una legittimità popolare che possa consentire loro di dominare il quadro politico egiziano. In tutta apparenza, gli interessi, soprattutto politici, dei militari e degli islamici sembrano divergenti. È vero che la loro opposizione potrebbe essere tattica più che strategica, in attesa di una definitiva chiarificazione del quadro politico, ma non v’è dubbio che la prospettiva, sia pure a lungo termine, di realizzazione di uno stato islamico che caratterizza i Fratelli Musulmani non è congruente con l’ideologia essenzialmente laica dei capi dell’esercito. Una convivenza tra quest’ultimo e organizzazioni musulmane è auspicabile, date le caratteristiche socio-culturali dell’Egitto, ma se sia davvero possibile dipende anche dal grado di maturità democratica che il paese e le sue forze sociali sapranno dimostrare nella costruzione del nuovo sistema post-mubarakiano.

La manifestazione di Alessandria, durante la quale si sono registrati i malumori dei soldati e del resto degli ufficiali che non fanno parte della ristretta élite che gestisce gli interessi economici, può essere il segnale di una crepa all’interno dell’Esercito?

Che l’esercito in Egitto sia una grande potenza economica è largamente noto ed evidentemente risulta remunerativo per tutti i gradi, dalla truppa agli alti ufficiali. I privilegi di cui godono i militari sono economici, ma hanno anche una chiara ricaduta politica e questo determina e determinerà la strategia degli ufficiali dirigenti e presumibilmente un orientamento omogeneo delle loro scelte politiche. Personalmente, credo che non ci siano rischi di crepe insanabili all’interno della compagine militare che risulta (a tema di smentite) essere compatta nel suo spirito di corpo.

Gli interessi economici dell’Esercito quanto pesano negli equilibri internazionali dell’Egitto con gli altri Paesi?

L’Egitto è stato per molti anni una “società militare”, sotto Nasser in primo luogo (secondo la definizione di Anouar Abdel Malek) ma anche sotto Sadat. L’importanza “governativa” dei militari è diminuita sotto Mubarak, anche se l’esercito ha rafforzato piuttosto che diminuito il suo rilievo e la sua efficacia economica. E naturalmente ha conservato il suo ruolo dominante nella difesa della nazione e nella protezione dei confini. Un esercito forte garantisce obiettivamente una egemonia dell’Egitto sul mondo arabo e, in un certo senso, può servire da deterrente nei confronti di Israele. Ma non penso possa venire utilizzato come “clava” per risolvere le questioni internazionali. Prendiamo ad esempio la questione assai delicata delle acque del Nilo. I paesi attraverso cui il grande fiume nasce e scorre prima di scavare la valle del Sudan e dell’Egitto hanno espressamente detto di voler rivedere gli accordi che assegnavano all’Egitto il diritto di sfruttamento della maggior quota delle acque. Questo potrebbe provocare una crisi nell’approvvigionamento idrico di un paese in gran parte desertico e che fin dai tempi di Erodoto è stato definito “dono del Nilo”. L’Egitto sarebbe disposto a una guerra contro i vicini per difendere i suoi privilegi o semplicemente quella che è una vitale necessità? La risposta non è necessariamente positiva e la soluzione del problema può (o addirittura) deve essere un affare politico più che militare.

Dunque è possibile un’analisi priva dei giochi di potere dell’esercito?

La rivoluzione egiziana sta attraversando una fase di istituzionalizzazione. I movimenti spontanei e acefali hanno lasciato il campo ai partiti, o nel caso peggiore alle indefinibili forze della baltagiyya. E naturalmente, tra i partiti spiccano quelli islamisti, il cui ruolo nel modellare l’Egitto del futuro potrebbe rivelarsi decisivo. Un quadro politico in cui l’esercito non abbia alcun ruolo non è dunque prevedibile e ci si potrebbe chiedere, alla luce delle potenziali aspre divergenze che potrebbero emergere tra le forze in campo, se l’esercito, oltre a un fattore di dominio, non possa essere in prospettiva anche un fattore di equilibrio. Naturalmente, ciò getta ombre sulla democraticità del futuro politico egiziano, ma la situazione è talmente magmatica che gli esiti potrebbero essere imprevedibili.