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Cina, il caso Bo Xilai e i retroscena della lotta ai vertici

23 April 2012versione stampabile

Nel gioco e nel sotterfugio politico, se noi italiani vantiamo un Machiavelli, la Cina è terra di sottigliezze. Nulla è come appare, si dice, e questo vale anche per il più grande thriller del 2012: la storia di Bo Xilai.
Finora abbiamo quasi sempre parlato del deposto leader di Chongqing come della più eccellente testa che cade nell’ambito del conflitto tra liberalcapitalisti e populisti-maoisti dell’establishment cinese, che vede i primi all’offensiva su tutti i fronti. Ma, appunto, in Cina nulla è come sembra (ai nostri occhi occidentali) e in realtà le divisioni all’interno del Partito comunista sono molto più complesse e trasversali.
Ci ritorniamo con un’intervista di Cheng Li, direttore delle ricerche al John L. Thornton China Center della Brookings Institution, di cui traduciamo qui alcuni brani salienti (sul sito dell’istituto la versione completa, in inglese). L’autore è figura di spicco di uno dei più antichi think tank di Washington, rappresenta quindi interessi politici e strategici ben precisi. Ma, conclusioni a parte (per le quali rimandiamo al testo in inglese), l’analisi ci sembra lucida e molto chiara nel descrivere il dietro le quinte del potere cinese. (g.b)

Come si spiega davvero il caso di Bo Xilai: lotta tra fazioni, il noto egocentrismo di Bo, o un conflitto ideologico?
In una certa misura tutto quanto sopra, ma nessuna di queste spiegazioni, né una loro combinazione, chiarisce adeguatamente l’intera storia. C’è in gioco qualcosa di molto più grande.
La vicenda di Bo Xilai è certamente legata alla politica degli attuali gruppi di potere, che si può sintetizzare in “un partito, due fazioni”. Una coalizione è guidata dai protetti dall’ex presidente Jiang Zemin. Mentre prima il nucleo di questa fazione era la cosiddetta “cricca di Shanghai”, i “principini” (cioè capi che provengono da famiglie di alto rango) sono diventati più centrali dopo la caduta nel 2006 del leader del Partito di Shanghai, Chen Liangyu, per accuse di corruzione. Bo Xilai è un principino, dato che suo padre Bo Yibo era un veterano rivoluzionario che ha ricoperto anche la carica di vicepremier. L’altra coalizione è costituita principalmente da ex funzionari della Lega della Gioventù Comunista cinese, ed è guidata dal presidente Hu Jintao e dal premier Wen Jiabao. Queste due fazioni si contendono il potere, l’influenza e l’iniziativa politica. La carriera di Bo Xilai può certamente essere attribuita al suo background da principino e ai suoi legami clientelari con Jiang Zemin.
La caduta di Bo è anche legata alla sua personalità, il suo noto ed ambizioso egocentrismo. Si era di recente dedicato all’ottenimento di un seggio nel Comitato permanente del Politburo, ma non si sarebbe fermato lì. Nei mesi prima della crisi, membri del suo staff hanno fatto circolare la voce che proprio lui sarebbe diventato il prossimo premier della Cina.
[…]
L’episodio Bo è anche legato al conflitto ideologico, dato che era stato associato al pensiero della “Nuova Sinistra” cinese – soprattutto per via delle sue campagne in stile maoista, come quella chiamata “Abbattere la mafia” contro la criminalità organizzata – e sosteneva un modello di sviluppo ultra-egualitario e ultra-nazionalista, noto come “modello di Chongqing”.
Ma questo episodio è davvero più della somma di questi fattori. La cosa più importante è che comprende il tentativo di defezione verso gli Usa di Wang Lijun e le accuse contro la moglie di Bo per l’omicidio del cittadino britannico Neil Heywood. Il pubblico cinese è stato sconvolto da questi incidenti, dato che sono del tutto insoliti nella storia del Pcc. Come è possibile che l’eroe nazionale Wang Lijun e uno dei principali leader cinesi siano capaci di tali azioni? Dato che ci sono di mezzo queste accuse, nessun leader cinese – a prescindere dalla fazione a cui appartiene – sosterrà ancora Bo Xilai, perché l’attuale crisi minaccia la legittimità dello stesso Pcc. La posta in gioco è molto alta, e la sfida che affronta la leadership può intimidire.

Bo come è riuscito a rimanere al potere per così tanto tempo?
Per meglio rispondere dobbiamo tornare alla politica delle fazioni: le tensioni tra principini e Lega della gioventù.
Gli altri leader principini volevano usare Bo a proprio vantaggio. All’interno di circoli elitari, Bo è stato soprannominato “il cannone” perché era sempre pronto ad attaccare i suoi rivali politici, tra cui Hu Jintao, Wen Jiabao, e l’omologo “liberal” di Bo, il capo del Partito del Guangdong, Wang Yang. Così, era considerato come un’arma necessaria dagli altri principini, anche se non lo amavano necessariamente o si fidavano di lui. D’altro canto, Hu Jintao e Wen Jiabao hanno considerato Bo un elemento di debolezza per i loro oppositori, perché credevano che le sue campagne fossero destinate a fallire e che, alla fine, avrebbe minato la forza dei principini a causa della sua tattica che provocava divisioni. Inoltre, le sue iniziative in stile Rivoluzione Culturale sono state viste da Hu e Wen come residui del passato, senza speranza di successo. Pertanto, possono essersi preoccupati di Bo molto meno di alcuni dei pesi massimi nel campo dei principini.
In realtà, Bo aveva molti nemici, tra cui almeno quattro gruppi principali: (1) intellettuali “liberal” che lo considerano non solo un maoista, ma un vero e proprio simil-nazista con l’abitudine di colpire gruppi sociali ben precisi; (2) avvocati e legali preoccupati per le sue pratiche, che hanno calpestato le leggi cinesi a Chongqing e Dalian, (3) la maggior parte delle élite politiche e militari, che temevano il fatto che Bo non giocasse secondo le regole e ritenevano che avrebbe portato la Cina sulla strada sbagliata; e (4) gli imprenditori in Cina e all’estero allarmati dalle tendenze anti-mercato di Bo […].
Anche se i principini hanno sostenuto e utilizzato Bo quando conveniva loro, questo non vuol dire che gli abbiano dato un assegno in bianco per fare quello che voleva. Così come esistono lotte politiche all’interno dei partiti politici negli Stati Uniti, i rapporti tra i membri di una coalizione cinese sono sia cooperativi sia competitivi.
Ad esempio, Xi Jinping stava diventando sempre più cauto su Bo.
[…]

Diversi commentatori cinesi hanno suggerito che tutto questo scandalo è stato progettato da Hu Jintao e Wen Jiabao. Cosa c’è di vero?
È inimmaginabile che un leader cinese abbia detto a Wang Lijun di andare al consolato americano di Chengdu. Nessuno ne avrebbe il coraggio, dal momento che sarebbe considerato tradimento. È stato lo stesso Wang Lijun a prendere la decisione. D’altra parte, ci sono alcune prove che un’inchiesta su Bo e Wang era in corso da molto tempo prima della visita di Wang al consolato. […] Ancora una volta, non è chiaro se queste fossero azioni intraprese dai leader di alto livello, ma va notato che si erano già diffuse molte speculazioni circa le accuse contro Bo. Anche se può apparire sorprendente ad alcuni osservatori stranieri, queste imputazioni sono state ampiamente discusse dalle élite di Pechino, Liaoning, e Chongqing.
[…]
È vero che a Hu Jintao e Wen Jiabao, Bo Xilai non è mai piaciuto. Nell’ultimo anno e mezzo, Wen ha pubblicamente (anche se implicitamente) criticato Bo in diverse occasioni, accennando al fatto che alcuni leader fossero bugiardi. Questi commenti erano principalmente destinati a Bo. Ricordate, la madre di Bo Xilai si è suicidata durante la Rivoluzione Culturale e suo padre è stato torturato. Nonostante questo, Bo ha spesso detto cose positive su questo periodo della storia cinese mentre era leader di Chongqing, la qual cosa potrebbe avere suscitato la critica di Wen.
Non è chiaro se Bo sarebbe caduto se Wang Lijun non fosse andato al consolato degli Stati Uniti. Credo che, a causa di forti tensioni tra le fazioni all’interno della leadership, senza le azioni di Wang sarebbe stato molto più difficile farlo fuori, perché Bo non rappresenta solo se stesso, ma anche un movimento sociale. Ancora oggi, alcune persone non sono sicure che questo incidente sia del tutto vero o che la morte di Heywood abbia a che fare con Bo e Gu. Alcuni accusano addirittura gli Stati Uniti di coinvolgimento in una cospirazione.

Che cosa significa la caduta di Bo per la politica delle fazioni cinesi? Si aspetta che cadano altri leader di primo piano?
La direzione del partito sarà estremamente attenta a non ampliare la portata del caso Bo Xilai ad altri dirigenti. Le purghe saranno relativamente limitate. Il fatto che alcuni leader strettamente affiliati a Bo, come Huang Qifan, siano ancora liberi, significa che i vertici non intendono punire troppe persone. Anche il fatto che il Paese sia alla vigilia del 18° Congresso del Partito, con la presenza di così tanti fattori destabilizzanti, indurrà la leadership a limitare il numero dei funzionari colpiti.
Di conseguenza, se il caso Bo è una vittoria per Hu e Wen, questa vittoria non si tradurrà necessariamente in più seggi per la loro coalizione in seno al Comitato permanente del Politburo. In una certa misura, questo spiega perché il capo del partito nel Guangdong, il liberale Wang Yang, si sia rifiutato di cantare vittoria: potrebbe ancora verificarsi una reazione contro di lui. La composizione del futuro Comitato permanente del Politburo sarà in gran parte determinata da un compromesso tra le due coalizioni. L’equilibrio di potere all’interno di questo sistema non si cambia facilmente. Se la fazione dei principini crollasse, ciò costituirebbe una rivoluzione inimmaginabile, con implicazioni per la politica cinese e l’instabilità sociale dieci volte superiori a quelle dello scandalo Bo. Così al momento i vertici del partito sono assolutamente spinti a conservare l’attuale struttura “un partito, due fazioni” e a mostrare unità e solidarietà.
[…]

Quali sono le sfide e le opportunità che la crisi Bo presenta alla leadership cinese?
L’opinione pubblica cinese si sta ancora riprendendo dallo shock di questi eventi. Nella sua lunga storia, il Pcc si è reso responsabile di campagne politiche e gravi errori in serie, ma non è generalmente noto per l’omicidio. Adesso arriva questo scandalo, collegato a una delle stelle nascenti della politica cinese. Ancora non sappiamo esattamente come il pubblico reagirà, soprattutto perché tutto si verifica in un periodo di vera e propria insoddisfazione diffusa per la corruzione ufficiale, i monopoli di Stato, la disparità economica, la mancanza di trasparenza e responsabilità, i privilegi dei principini e altre questioni. Di conseguenza, questa è una crisi di legittimità importante per la direzione del Pcc nel suo complesso.
Tuttavia, la crisi è anche un’opportunità. Prima della vicenda Bo, c’era grande divisione tra la leadership, gli intellettuali e il pubblico, sulla strada che la Cina deve d’ora in poi percorrere. Adesso c’è l’opportunità di ritrovarsi tutti attorno a un nuovo consenso e di portare seriamente avanti le riforme politiche.