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Cattivi ragazzi. Una nota per genitori (e figli)

24 April 2012versione stampabile

Scritto per i ragazzi, “Ero cattivo” di Antonio Ferrara (Edizioni San Paolo) dovrebbe essere letto in primo luogo dagli adulti, genitori o insegnanti che con i giovani sono quotidianamente alle prese, e spesso per educarli cadono nella trappola di ricette semplici e preconfezionate.

“C’è chi insegna guidando gli altri passo a passo” – si legge nelle note di prefazione che riprendono le parole di Danilo Dolci. – “C’è chi insegna lodando e divertendo. E c’è chi educa, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato”.

Questa è la scommessa letteraria ed educativa di Antonio Ferrara, scrittore ed ex educatore in una comunità alloggio per minori, un’esperienza che l’ha segnato e l’ha portato a scrivere la storia di Angelo.

“Ero cattivo. Lo sapevano tutti, a scuola si parlava solo di me. Anche nel mio quartiere. Non stavo mai fermo, combinavo sempre qualcosa. Avrei tanto voluto essere un bravo ragazzo di terza media, ma avevo paura a comportarmi da bravo ragazzo perché temevo che i miei amici mi dessero del bravo ragazzo”.

Dopo uno scherzo involontariamente finito male, Angelo si ritrova in una comunità alloggio, insieme ad altri ragazzi “sbagliati”, ma soprattutto con padre Costantino, un educatore un po’ matto che gli concede una cosa che nessuno gli ha mai dato: la fiducia. All’inizio questa fiducia lo spiazza. Prova rabbia, odio, insofferenza. Padre Costantino non reagisce, sembra non accorgersene, ma non getta mai la spugna e ai bisogni dei ragazzi non risponde con tante parole ma agendo continuando a dare speranza.

“Mi piaceva che scegliesse con cura le parole. Avevo notato che diceva sempre quando e non se. Non ti diceva, per esempio, se riuscirai a essere promosso, vedrai che… ma quando sarai promosso, vedrai che…, non ti diceva se imparerai a comportati bene, allora… ma ti diceva: quando imparerai a comportarti bene, allora… E questo ti faceva sentire forte”

A pensarci bene, che cos’è l’educazione se non una scommessa? Un salto nel vuoto, come l’amore: quando ci si innamora non si sa bene come va a finire, ma per avere una possibilità che la storia funzioni bisogna concedere una fiducia incondizionata. E saper correre e far correre dei rischi, cosa che ultimamente noi genitori siamo poco disposti a fare.