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Egitto-Israele, relazioni pericolose

24 April 2012versione stampabile

Luca Galassi

La compagnia petrolifera nazionale cancella l’accordo di fornitura di gas a Israele e il parlamento chiede le dimissioni del Gran Muftì egiziano, ‘reo’ di aver visitato Gerusalemme Est. I rapporti tra Egitto e Israle hanno vissuto questa settimana due episodi per natura molto distanti tra loro, ma avvisaglie entrambi della situazione caotica che l’Egitto sta vivendo a un mese dalle elezioni presidenziali.

La visita a sorpresa dello sceicco Ali Gomaa, Gran Muftì d’Egitto e massima autorità sunnita del Paese, alla moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme occupata, ha provocato violente polemiche in patria: da molti, la missione nella Città Santa è stata giudicata infatti un atto imposto dalla giunta militare nell’intento di perseguire la normalizzazione politica con Tel Aviv. Per il predicatore radicale Youssuf al-Badry è stata invece ‘una disgrazia nera e imperdonabile’. Non sono valse le rassicurazioni del portavoce della fondazione islamica che presiede alla sorveglianza della moschea, che è il terzo luogo santo dell’Islam dopo la Mecca e Medina. Nonostante questi abbia dichiarato di essersi trattato di una missione esclusivamente religiosa, sganciata da motivazioni politiche, il Parlamento egiziano ha chiesto al Muftì di chiedere scusa per aver visitato Gerusalemme, mentre alcuni parlamentari, e i Fratelli Musulmani, che osteggiano la “normalizzazione” dei rapporti con lo Stato ebraico in prosecuzione della politica di Mubarak, lo hanno invitato a dimettersi.

Tutt’altro che distensiva è stata la mossa della compagnia nazionale Egas di rescindere il contratto con la Emg (East Mediterranean Gas Company), operatore del gasdotto che attaversa l’instabile regione del Sinai. La decisione è stata presa, secondo il direttore esecutivo della Egas, Hani Dahi, esclusivamente per motivi commerciali, senza il coinvolgimento di politici o autorità militari.

Israele avrebbe ripetutamente violato i termini contrattuali, secondo gli egiziani. Non è chiaro se la Giunta militare sia stata al corrente della decisione, che priva lo Stato ebraico del 40 percento delle sue forniture di gas, a tariffe molto vantaggiose. Gli analisti politici ritengono non a torto che nell’attuale fase economica, l’annuncio costituisca un suicidio politico per Il Cairo. Mentre il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’intera questione è ‘business, non politica’, il ministro degli Esteri nazional-conservatore Avigdor Lieberman ha definito l’Egitto un Paese più pericoloso dell’Iran.

L’Egitto ha cominciato a rifornire Israele di gas nel 2008, nella cornice di un accordo siglato nel 2005 da Mubarak.

Il contesto politico nel quale si sono verificati i due fatti – la richiesta delle dimissioni del Gran Muftì a Gerusalemme e l’interruzione delle forniture di gas – è quello di un crescente sentimento anti-israeliano con il quale giunta militare e politici moderati devono fare quotidianamente i conti. Area fortemente critica, il Sinai, piagato da povertà cronica, traffico di esseri umani e scorribande di tribù beduine, è stato teatro degli attacchi più sanguinosi degli ultimi anni contro civili e militari israeliani. Dal 2008 i sabotaggi al gasdotto hanno interrotto le forniture per 225 giorni di fila, spia evidente dell’incapacità della giunta militare di controllare i gruppi radicali armati che imperversano nella regione.