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Argentina, Ypf nazionalizzata: il petrolio torna nelle mani di Buenos Aires

26 April 2012versione stampabile

Alessandro Grandi

Il Senato argentino ha approvato la legge che nazionalizza la Ypf e adesso si attende che anche la Camera, la prossima settimana, adotti la stessa misura.

La decisione della Camera bassa è scontata. Dubbi ce ne sono pochi in virtù del fatto che il partito della presidente Cristina Kirchner ha la maggioranza anche in quest’ala del Parlamento.

Con l’approvazione della legge il governo di Buenos Aires riprende il controllo del 51 per cento delle azioni della Ypf, che era controllata dalla spagnola Repsol.

Secondo quanto si apprende dalla lettura degli articoli di legge che hanno regolamentato la nazionalizzazione le azioni espropriate verranno così divise: il 51 per cento allo Stato e il restante 49 per cento alle province in cui si trovano i giacimenti. Inoltre, sarà assolutamente vietato il trasferimento delle azioni espropriate senza la preventiva autorizzazione del Governo.

Proprio la multinazionale iberica è nell’occhio del ciclone. Secondo l’amministrazione argentina, infatti, non sarebbe stata in grado di onorare il contratto, non investendo nel settore petrolifero.

La nazionalizzazione però, non è piaciuta proprio a tutti. Se da un lato l’Unasur si è detta favorevole e ha appoggiato la decisione argentina, dall’altro è intervenuta Moody’s, l’agenzia di rating spauracchi di tutti gli Stati che ne subiscono i giudizi.

L’agenzia ha parlato chiaro: “La nazionalizzazione è negativa per il profilo di credito”. Attualmente Buenos Aires ha una valutazione pari a B3 e risulta piuttosto stabile.

Moody’s ha spiegato: “Il fatto che Buenos Aires abbia nazionalizzato il petrolio è negativo per il credito del governo e di sicuro colpirà ed influenzerà gli investimenti necessari per lo sviluppo del settore. Il costo finanziario della nazionalizzazione causerà ulteriori danni alla già delicata situazione del Paese sudamericano”.

La reazione dell’agenzia di rating inoltre, ha spiegato che il calo di produzione si spiega con la diminuzione delle riserve ma anche per leggi che riguardano la regolamentazione dei prezzi che, secondo Moody’s, “non favorisce gli investimenti”.

“La presidente Kirchner – dicono quelli di Moody’s – ha citato la bassa produzione di petrolio come uno dei motivi che hanno spinto verso la decisione di nazionalizzare. Il fatto che Buenos Aires non possa avere accesso ai mercati internazionali dei capitali, però, probabilmente causerà un’incapacità di aumentare gli investimenti”.

Dal canto suo Repsol, dopo aver incassato la difesa del governo spagnolo, parte al contrattacco e definisce i suoi investimenti nella Ypf i più alti della storia d’Argentina: 20 miliardi di dollari.

Non solo: negli ultimi dieci anni è raddoppiato il numero dei lavoratori a tempo indeterminato impiegati nel settore petrolifero che oggi può contare sulla professionalità di 16mila dipendenti.

Questa nazionalizzazione, però, lascia aperta anche qualche altra interpretazione. Se è vero che ogni grande multinazionale straniera presente in Argentina ha all’interno del suo Consiglio di amministrazione un rappresentante governativo, a che cosa serve la rigidità dell’espropriazione voluta dalla Kirchner?

3 Responses to Argentina, Ypf nazionalizzata: il petrolio torna nelle mani di Buenos Aires

  1. stefania

    27 April 2012 at 11:51

    Quest’articolo sembra scritto dall’agenzia Moody’s. E’ chiaro che Moody’s difende gli interessi delle grosse multinazionali e non certo quelli di un paese dell’ America Latina. La Repsol (multinazionale petrolifera spagnola) era detentrice di una concessione per estrarre petrolio che aveva ottenuto negli anni ’90 quando al governo c’era uno dei presidenti più corrotti mai visti in Argentina, Menem. Non so quanti milioni di dollari di tangenti sono scivolati dalla Spagna all’ Argentina per ottenere una concessione a prezzi quasi stracciati. Ed è altrettanto vero che gli interessi della Repsol non erano certo quelli di investire in Argentina, semmai produrre profitti estraendo fino all’ultima goccia di petrolio. Va da sè che le risorse naturali di un paese dovrebbero appartenere al paese stesso e non alle multinazionali europee, americane o cinesi. Che poi il gesto della riappropriazione della signora presidente argentina Cristina Kirchner sia stato plateale e populista può trovarmi concorde. Ma leggere su questo quotidiano una difesa di un agenzia di rating americana responsabile, tra gli altri, del collasso economico di molti paesi del terzo mondo (e ultimamente anche dei nostri vicini di casi)…mi ha davvero colto di sorpresa…

    • mariano

      30 April 2012 at 12:26

      premessa: che i governi argentini siano i campioni di populismo e corruzione è senza ombra di dubbio, ma sono d’accordo con te sulla capacità (o incapacità) del giornalista di cercare informazione che non porti ad equivoci.
      la strategia commerciale di repsol non coincideva con gli interessi argentini: ypf è stata “svuotata” deliberatamente dalla repsol per poter investire in alaska ed altre parti del mondo ottenendo così profitti più elevati. in argentina è già successo con altre aziende privatizzate.
      lo stesso schema di “svuotamento” lo si vede anche oggi in italia con alcune aziende vendute a suo tempo a delle multinazionali che ne hanno approfittato fino all’osso e se ne stanno andando via, anche se la capacità operativa e commerciale di dette aziende non viene meno. gli interessi delle multinazionale non coincidono mai con quegli della società civile. e moody’s, senza nasconderlo, difende le multinazionali, non certamente i diritti dell’uomo comune.

  2. lucylucy

    16 May 2012 at 00:20

    le risorse di un paese devono rimanere in quel paese e di proprietà dei cittadini…il popolo argentno si sta rimpossessando dei suoi beni…in europa sta accadendo quello che era successo in argentina, iin cile, in venezuela 30anni fa….ci stanno privatizzando tutti i beni pubblici indebitandoci pesantemente….non dimentichiamo