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Conflitto basco. Madrid sorda alle proposte di pace, propone un autodafé ai prigionieri politici

26 April 2012versione stampabile

Angelo Miotto
@angelomiotto

Foto: Massimo Di Nonno

Lo hanno chiamato un ‘piano per il reinserimento dei prigionieri condannati per terrorismo’. Un programma molto ambizioso, ha dichiarato il ministro degli Interni spagnolo Jorge Fernandez Diaz, per facilitare il reinserimento delle persone che appartengano a organizzazioni terroriste o criminali, sempre all’interno della legislazione penitenziaria.

Scorrendo le anticipazioni di stampa questi sono i punti principali:

Se un militante di Eta dirà solennemente che vuole abbandonare l’organizzazione, che si svincola dal suo passato, allora compierà la condizione necessaria per essere riportato in un carcere vicino al proprio domicilio.

Se la dichiarazione risulterà falsa, allora si ritorna al punto di partenza

Il ministro spagnolo ha particolarmente tenuto a dire che la dichiarazione del militante di Eta che vuole intraprendere una via personale e individuale dovrà essere ‘chiara, solenne e pubblica’.

La prima parola che viene in mente è autodafé. E i motivi storici e politici sono piuttosto noti al governo spagnolo da quando esiste il collettivo dei prigionieri e delle prigioniere politici baschi. Il collettivo decide in maniera assembleare, ha dei portavoce, che si sono espressi in una lunga intervista rilasciata al quotidiano Gara. Mentre il ministro realizzava queste dichiarazioni, il presidente del governo Mariano Rajoy tornava a sottolineare che la via che l’esecutivo spagnolo vuole perseguire è quella di Nanclares. Una forma di reinserimento che prende il nome da un carcere in cui alcuni ex militanti di Eta si sono allontanati in maniera critica dal collettivo dei prigionieri politici per accettare pubblicamente di condannare il proprio passato, le proprie scelte politiche e per iniziare dei percorsi che prevedano anche l’incontro con familiari o vittime degli attentati di Eta. Uno dei casi più famosi è quello di Caride Simon e della sua lettera inviata a una vittima dell’attentato di Eta al supermercato Hipercor di Barcellona. Roberto Manrique fu colpito dall’onda d’urto dell’autobomba. Una storia che raccontiamo nel numero di E il Mensile in edicola in questi giorni.

Madrid sa perfettamente che la via di Nanclares, quella che torna a proporre oggi, non è accettabile dal collettivo dei prigionieri. Così come non corrisponde allo schema negoziale che la sinistra basca ha posto sul tavolo. Prigionieri e vittime, armi e militarizzazione sono temi cosiddetti ‘tecnici’ che possono essere affrontati da un tavolo che vede seduti due interlocutori precisi: da una parte lo Stato spagnolo e dall’altro Eta. È lì, come rivendicano i prigionieri politici nell’intervista riportata dal quotidiano basco Gara, che si possono affrontare i vari tipi di soluzione per arrivare alla soluzione delle situazioni individuali, ma nel collettivo delle centinaia di prigionieri politici. Facendo attenzione a una distinzione precisa: di quelle 700 persone solo una parte sono militanti di Eta.
A decine sono militanti di formazioni, associazioni, movimenti che sono state criminalizzati nel corso del cosiddetto sumario 18/98 +, politici e giovani di sigle messe fuori legge dopo la torsione dei diritti impressa dal governo Aznar insieme al gran lavoro dell’Audiencia nacional e proseguito anche ai tempi di Zapatero.

E così Martin Garitano, ex giornalista e oggi Diputado general di Guipuzkoa per la sinistra basca, ricorda che questa proposta del governo non va da nessuna parte. Come la piattaforma Herrira, che porta avanti il tema dei prigionieri politici, che bolla le frasi del ministro come il solito tentativo di spaccare il collettivo politico dei prigionieri politici.

La dispersione resta. Le agenzie di stampa spagnole riportano le parole di non meglio precisate fonti dentro le ‘istituzioni penitenziarie’, secondo le quali la dispersione dei prigionieri politici baschi nelle carceri di tutta Spagna ben lontane dai loro domicili fu necessaria per evitare lo stretto controllo dell’organizzazione sui singoli. Una falsità dal punto di vista storico e politico. La dispersione venne inaugurata dal governo di Felipe Gonzalez per aumentare la pressione sui prigionieri e per socializzare la sofferenza che si estese così dal prigioniero fino ai familiari e agli amici che han dovuto affrontare viaggi interminabili per manciate di minuti di colloquio.

È anche in questo che si vede la mossa goffa di una partita a scacchi che non è nemmeno iniziata, per via ufficiale. Perché la proposta avallata e raccomandata dai mediatori internazionali di aprire un negoziato diretto per ora ha trovato solo il no di Madrid e di Parigi. E da Madrid oltre al no si assiste a una volontà di arroccarsi dietro poco originali motivazioni sul riconoscimento o meno dell’interlocutore. Basta dire che tutti i governi spagnoli hanno prima o poi accettato di sedersi al tavolo con Eta, quando ancora sparava e usava tregue a tempo. Adesso che ha dichiarato la fine della lotta armata e che la sinistra basca ha imboccato decisa la via esclusiva della politica il muro si fa di gomma. Al di là di logiche elettoralistiche, in un periodo di bassa popolarità per l’austherity che strangola i ceti più deboli, qualcosa non torna in una politica che pare pensata solo per provocare e disfarsi dei grandi e veloci passi in avanti che sono accaduti negli ultimi tre anni.