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L’Algeria di Gianni Amelio

26 April 2012versione stampabile

Se siamo noi i poveri allora va tutto bene.

Un’infanzia simile a quella di Albert Camus, dice Gianni Amelio. Il regista ha ritrovato i suoi ricordi d’infanzia in Calabria leggendo anni fa il libro Il primo uomo. Un testo editato da Catherine Camus mettendo insieme stralci e correzioni del manoscritto ritrovato nell’auto in cui il padre Albert perse la vita, in un incidente stradale il 4 gennaio del 1960. Su questi fogli sopravvissuti allo schianto, Camus descriveva il suo ritorno nel ’57 in Algeria, alla ricerca del padre perduto da piccolo durante la prima guerra mondiale e delle sue immagini di bambino circondato dalla madre, dalla nonna e da uno zio analfabeti. Il ricordo di un maestro che lo spinse a studiare, a conoscere, a sapere e grazie al quale Albert scoprì il mondo fuori dal suo paese natio. In questo suo ritorno in Algeria, rappresentato nel film di Amelio, l’autore di Lo Straniero ritrova la madre francese che non vuole lasciare la terra del marito; ritrova un compagno di scuola che lo disprezzava e che ora gli chiede aiuto per salvare dalla condanna a morte il figlio accusato di terrorismo. La memoria storica, politica e sociale, in cui i francesi sono i pieds noir e gli algerini i barbari, si confonde con quella biografica. Gianni Amelio sceglie di raccontare il passato con la leggerezza del riaffiorare dei ricordi, partendo sempre dal volto serio e sereno dell’attore Jacques Gamblin.

 

Un libro Il primo uomo, più politico che autobiografico e lo si intuisce anche dalla direzione seguita dal film. E’ stata una folgorazione per lei la scoperta di questo testo?

Devo partire da molto lontano, perché il libro mi è stato proposto in lettura nel 1995. Inizialmente, l’idea di farne un film, mi è sembrata un’impresa troppo forte e comunque la figlia di Camus aveva deciso di non cedere i diritti a nessuno, perché le sembrava qualcosa di troppo intimo e di troppo personale. Non voleva vedere suo padre e sua nonna impersonati da attori. Dopo qualche anno Catherine ha cambiato idea concedendomi i diritti dopo aver visto due miei film e da lì è cominciato un lavoro complicatissimo, soprattutto per scegliere gli episodi da ricostruire all’interno di questo magma del libro, una sorta di saga che comincia nel 1848 quando arrivarono i primi coloni francesi nel Maghreb.

Che filo ha seguito nella selezione delle pagine?

Se devo essere sincero credo di aver fatto una scelta un po’ azzardata: ho messo insieme l’autobiografia di Camus con la mia esistenza di ragazzino nella Calabria degli anni ’50. Ci sono alcuni fatti del nostro passato che ci uniscono, lui negli anni ’20 e io nel secondo dopoguerra. Entrambi abbiamo vissuto senza un padre e accanto a due donne molto energiche, la nonna e la madre, entrambi andati avanti a studiare grazie ad un maestro che ci ha spinti nonostante la povertà; e ancora il lavoro da bambini, la curiosità per la lettura e poi le coincidenze finiscono, perché lui è diventato Camus e io no.

Torniamo alla sua definizione di libro politico per Il primo uomo.

Lo considero politico perché questo libro è la risposta che Camus ha dato a chi lo considerava estraneo al dibattito sulla necessaria libertà dell’Algeria dal giogo francese. Camus si è espresso in modo molto chiaro sulla necessità di chiudere con colonialismo, però diceva che bisognava fare un’azione politica e non un’azione che coinvolgesse, come purtroppo è accaduto, degli innocenti con scoppi di bombe e la morte di persone civili che non volevano la guerra. Tra l’altro non bisogna dimenticare che Camus era algerino, come suo padre, e che sua madre pur essendo francese, non voleva andarsene dall’Algeria; anche se il marito non c’era più e il figlio viveva in Francia.

Lei nel film fa esprimere chiaramente questa posizione, attraverso le parole dell’attore Jacques Gamblin. Cosa dice esattamente?

Sì, Camus dice agli arabi: “Io sono dalla vostra parte, ma non contro mia madre che ha sofferto quanto voi. E se voi nella vostra rabbia giusta fate del male a mia madre io sarò costretto ad essere vostro nemico”.

Che cosa ha trovato in Jacques Gamblin, bravo e serio, e che ora i più giovani identificheranno come l’immagine di Albert Camus?

L’imprimatur lo ha dato la figlia di Camus che ha espresso in una lettera, pubblicata anche in Italia, la sua diffidenza nei confronti dell’attore che avrebbe impersonato suo padre e invece ha detto di avere accettato Gamblin già dalla prima immagine, così come ha accettato Catherine Sola, che interpreta sua nonna. Io ho seguito l’idea che il protagonista non dovesse essere un attore da tappeto rosso ma che fosse una persona che anche nella vita avesse una sensibilità e una capacità di rendere quello che serviva al film: raccontare la storia di questo bambino poverissimo che poi diventa un Premio Nobel.

Dov’è stato girato il film?

In grandissima parte in una città algerina che si chiama Mostaganem, sulla costa ed è molto bella la parte che si affaccia sul mare. C’è molto mar Mediterraneo in questo film. Poi siamo stati ad Orano e ad Algeri, città piuttosto complicata per le riprese di un film.

Perché ha fatto doppiare Il primo uomo ad alcuni attori italiani? Di cui però non riveliamo i nomi…

Va bene, lasciamoli indovinare a chi va a vedere il film. Però diciamo che il film non è doppiato, ma recitato due volte, una volta in francese e una volta in italiano. E’ la prima volta che doppio un mio film perché di solito giro in presa diretta. Avevo un po’ paura del doppiaggio e mi sono fatto aiutare da alcuni attori italiani importanti.