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Erdogan e l’anima sunnita

27 April 2012versione stampabile

Christian Elia

”La Turchia è uno stato ostile”. Il premier iracheno Nouri al-Maliki rompe gli indugi della diplomazia internazionale e risponde al premier turco Racep Erdogan, che a sua volta lo accusa di soffiare sul conflitto settario tra sunniti e sciiti.

Erdogan ha risposto, rigettando le accuse di ingerenze che gli muove l’omologo iracheno, ma la sensazione è che la guerra di parole tra i due governi non sia destinata a calmarsi nei prossimi mesi. Anche perché non sfugge a nessuno che la partita politica, per quanto si utilizzino le categorie religiose, riguarda l’intera regione, non solo i protagonisti della polemica.

Il vice presidente iracheno sciita Khudier al Kuzae, ha rilasciato un’intervista dai toni velenosi al quotidiano al-Sabah. Secondo lui, l’eventuale caduta del regime di Bashar al-Assad aprirebbe la strada in Siria a un regime ”talebano”, che renderebbe instabili tutti i paesi della zona. Kuzae è ritenuto molto vicino ad al Maliki. ”La sicurezza della Siria – ha affermato il vice presidente iracheno – é in pericolo. Anche la sicurezza dell’Iraq, della Giordania e della Turchia sono in pericolo, così come l’intera regione, se questo regime sarà sostituito da uno peggiore”.

In Europa e negli Usa sono pochi i commentatori che si concentrano su quanto l’elemento religioso – per quanto in modo strumentale, divenuta dirimente dopo la caduta di Saddam Hussein in Iraq nel 2003. Sul terreno, invece, a differenza delle cancellerie, la percezione di un conflitto tra sunniti e sciiti diventa sempre più fragoroso. E l’attacco di Erdogan a Maliki va letto in questa chiave. Anche perché uno degli assi portanti della politica estera di Erdogan è stato proprio quello di riposizionare il Paese nella percezione che di Ankara avevano gli arabi. Per anni, la Turchia è stata percepita come un alleato di Usa e Israele. Dalla Freedom Flotilla in poi, tutto è cambiato. Erdogan è un eroe e vuole essere un eroe ‘sunnita’.

Tutti usano questo schema per i propri interessi. Le violenze intersettarie hanno reso l’Iraq, per anni, un inferno. Lo schema serve ad Assad (alauita, setta vicina agli sciiti) per minacciare l’avvento di al-Qaeda in sua assenza e ai nemici di Assad per isolare l’Iran, potenza sciita a vocazione egemonica regionale. Il premier turco ha lanciato, di nuovo, un monito oggi alle autorità di Damasco: ”Ankara prenderà le misure opportune, quale paese Nato in caso di nuovi incidenti alla frontiera. Abbiamo potenti forze armate, ha detto il premier ad Al-Jazeera. ”La Siria deve sapere che in caso di nuove violazioni della frontiera, la reazione della Turchia non sarà la stessa”. ha aggiunto.

Dichiarazioni bellicose, che si aggiungono a quelle del ministro degli Esteri francese Alain Juppè, che mercoledì 25 aprile ha dichiarato che ”la Siria non può sfidare il mondo e che il rapporto di Kofi Annan al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dell’inizio di maggio sarà decisivo”. Lasciando intendere che anche l’intervento armato è sul tavolo.

Intervento armato che non è previsto, invece, per il Bahrein, dove pure migliaia di persone in piazza sono state represse con brutalità dalla monarchia sunnita che governa con il pugno di ferro la maggioranza sciita della popolazione.

Il grande gioco regionale si fa sempre più violento. La Turchia, l’Iran, le monarchie del Golfo Persico, tutte con le loro agende e tutte con mire egemoniche. Sunniti e sciiti usati come strumenti di queste divisioni. La lezione dell’Iraq sembra non aver insegnato nulla: rovesciare regimi, soffiando sulle divisioni della popolazione, non garantisce esiti più equilibrati. Sempre ammesso che chi decide lo desideri davvero un mondo più sicuro.