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Chinese Tabloid: il caso Chen Guangcheng

30 April 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

Da qualche parte in questa immensa metropoli si nasconde Chen Guangcheng, l’attivista cinese fuggito domenica 22 aprile dalla propria casa nel villaggio di Dongshigu, nel Shandong, dove era confinato in una sorta di perenne assedio a opera della autorità locali e degli stessi vicini di casa.

Da lunedì 23 sarebbe a Pechino, inizialmente nascosto da una capillare rete di attivisti, quindi protetto dietro le mura dell’ambasciata Usa. Alcuni segnali confermerebbero questa ipotesi e lascerebbero intendere che trattative serrate siano in corso sull’asse Pechino-Washington: Kurt Campbell – assistente per l’Asia e il Pacifico della segreteria di Stato Usa – è in città, la sua visita non era in agenda; il quotidiano briefing del governo con i corrispondenti esteri è stato sospeso. Evidentemente si aspetta che passino le festività del primo maggio. Giovedì arriverà anche Hillary Clinton in visita ufficiale ed è probabile che si tratterà sulla base di due soluzioni: garantire a Chen asilo politico negli Usa o permettergli di restare in Cina, come lui ha sempre voluto, dietro garanzie di incolumità per lui e per la sua famiglia.

In questa vicenda ci sono molti lati oscuri e in Cina – si dice – nulla è come appare.
La versione della fuga rocambolesca preparata per mesi e gestita in proprio da un piccolo gruppo di attivisti vorrebbe che Chen abbia finto di essere a letto, malato, per non insospettire la sorveglianza; quindi, pur essendo cieco fin quasi dalla nascita, avrebbe scavalcato il muro che circonda casa sua e camminato per ore fino a una casa sicura in Shandong. Il giorno successivo sarebbe stato portato a Pechino in macchina da He Peirong, attivista di Nanchino ora sparita. Nessuno dei  sorveglianti di Chen si è accorto della fuga fino al giovedì successivo.

Chi sono questi attivisti?

Bob Fu, di China Aid, che da subito ha dato notizia della fuga di Chen, ha negato un ruolo attivo per la propria organizzazione e oggi sostiene che tutto è stato fatto da una rete di 6-7 persone. A suo dire, China Aid avrebbe un ruolo diplomatico. È un gruppo cristiano evangelico con sede in Texas, il che ci dice già molto: vicino all’amministrazione Bush, ha mantenuto la sua rete in Cina anche nell’era Obama. Bob Fu lascia intendere che la rete di China Aid e quella che ha organizzato la fuga del dissidente si sovrappongono. He Peirong, la donna che ha portato Chen dallo Shandong a Pechino in macchina, aveva recentemente ottenuto proprio da China Aid un visto per gli Stati Uniti. Pochi giorni fa, a metà aprile, l’ufficio di pubblica sicurezza le ha negato l’espatrio. È la tipica kamikaze mossa dalla disperazione – la persona giusta al momento giusto – o spera di rientrare, con Chen, nella trattativa tra Cina e Usa? Forse non lo sapremo mai.
Hui Jia, uno dei dissidenti che dice di avere incontrato Chen Guangcheng a Pechino, è invece buddhista e probabilmente estraneo alla rete dei cristiani.

E’ possibile che un gruppetto “indipendente” di attivisti abbia escogitato una manovra così perfetta?
Sembra davvero incredibile che un uomo cieco, sorvegliato “24 ore su 24” (come lui stesso ha detto), sia scappato scavalcando il muro di casa semplicemente grazie a una manovra diversiva di sua moglie; e che nessuno se ne accorgesse per 4 giorni.
Alcune fonti della dissidenza aggiungono inoltre che Chen potrebbe essere stato aiutato da uno dei suoi guardiani. Dicono anche che la notte prima della fuga abbia potuto discutere i suoi piani con chi lo ha aiutato tramite cellulare: dettaglio notevole, dato quanto era stato fin lì fatto per tenerlo isolato.

Si può credere all’impreparazione dei cosiddetti sorveglianti, acuita magari da qualche mazzetta scivolata in mano a qualcuno di loro. Ma si può anche pensare a un piano preparato in alte sfere: in tal caso dove? Da chi?

Ipotesi 1.
I media, soprattutto statunitensi, dicono che quanto è successo mette in imbarazzo Washington nelle sue relazioni con la Cina. Se Chen è nascosto nell’ambasciata Usa, l’amministrazione deve per forza prendere posizione e non può rispedirlo al mittente come è successo nel caso di Wang Lijun. Chen non è un superpoliziotto interno all’establishment, assomiglia molto a quelle figure “iconiche” che piacciono molto alla cultura popolare americana: Aung San Suu Kyi, Nelson Mandela, Cory Aquino e così via. Hillary Clinton, nella sua visita ufficiale in Cina, avrebbe dovuto discutere di relazioni commerciali, Iran e Corea del Nord. Ora è costretta a occuparsi d’altro.
Tuttavia, superato l’imbarazzo iniziale, gli Usa potrebbero sul lungo periodo trarre beneficio dalla situazione, soprattutto sul piano del soft power, cioè la capacità di conquistare cuori e menti. Pechino sostiene da mesi, con particolare insistenza nelle ultime settimane, di essere uno “Stato di diritto”. Qui emerge invece il caso di un uomo posto agli arresti domiciliari secondo modalità del tutto illegali, con corollario di violenze varie. Le autorità centrali cinesi potevano non saperlo?
Mettere il Dragone con la spalle al muro e creare al tempo stesso un “Aung San Suu Kyi” cinese: questo potrebbe essere il gioco di Washington. Non necessariamente una strategia dell’amministrazione Obama. Forse, di qualcuno che vuole forzarle la mano in funzione anticinese e metterla in qualche imbarazzo.

Ipotesi 2
All’interno dell’establishment cinese qualcuno potrebbe essere interessato a far “perdere la faccia” a qualcun altro, nel quadro delle lotte di fazione che hanno già prodotto il caso Bo Xilai e che ci porteranno fino al congresso del prossimo autunno, quando la vecchia leadership sarà sostituita.
Il punto è capire chi siano i mandanti e chi i bersagli, e qui tutto si complica.
Un obiettivo potrebbe essere Zhou Yongkang, il potente capo dei servizi di sicurezza già preso di mira nel quadro della vicenda Bo ma incedibilmente rimasto in sella. Diverse fonti considerano la fuga di Chen il colpo definitivo al suo ruolo. Si dice che sia già fuori dai giochi, anche se l’esclusione dal comitato permanente del Politburo dovrebbe avvenire solo al momento del rimpasto complessivo.
Ci sarebbe poi dietro anche un’autentica volontà riformista. Come spingere in direzione di un compiuto Stato di diritto se non sollevando un caso che rivela sia le ingiustizie del sistema attuale, sia la palese inefficienza di un impianto tutto basato su sicurezza e repressione?
La figura che tiene insieme voglia di riforme e lotta ai vecchi feudi politici potrebbe essere, manco a dirlo, il premier Wen Jiabao, mai attivo come negli ultimi mesi e soprattutto a fine mandato: cosa che potrebbe indurlo ad assumersi qualche rischio (perdere la faccia) senza troppe remore. Tanto domani – come ha auspicato lui stesso – sarà dimenticato.

Le due ipotesi – progetto Usa e mano interna – sia ben chiaro, non si escludono a vicenda. E del resto, in Cina nulla è come appare. Forse abbiamo solo scherzato.

A questo punto si attende la reazione ufficiale di Pechino. Qualcosa ci dice che Chen Guangcheng non potrà essere trattato come precedenti casi di “elementi al servizio di potenze straniere”. E’ un eroe buono, del popolo; di quel popolo che il Partito dice di tutelare nella corsa verso il benessere diffuso. La sensazione è che proprio l’aumento della ricchezza abbia creato maggiori insoddisfazioni, tipiche di una società complessa: diseguaglianza sbattuta in faccia a chi resta indietro, da un lato, e nuove pretese di chi, già ricco, vuole esserlo ancora di più. I leader, vecchi e nuovi, sanno che la loro popolarità è al minimo. Non c’è bisogno di un martire.

La risposta dell’Imperatore potrebbe arrivare in qualsiasi momento. Lì si aprirà un nuovo capitolo.