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Viva le Elezioni

1 May 2012versione stampabile

Torno in Italia per pochi giorni, e incoccio una dichiarazione di Bersani che suona, riferendosi a eventuali elezioni politiche in ottobre, “non voglio vincere sulle macerie del Paese”. Se ne deduce che le elezioni possono ridurre il paese in macerie, o almeno contribuire. Rimango allibito. Imparai da piccolo che le elezioni sono il cuore della democrazia. Ma, si dice, siamo in tempi di grave crisi “sulla soglia del baratro”, e poi c’è lo spread, parola che soltanto qua ascolto con tanta frequenza usata come una clava. Ovvero, altra deduzione, in tempi di crisi le elezioni sono uno spreco di energie e soldi, val meglio un governo “tecnico” che all’estero nessuno chiama così, bensì: liberale. Perché se fosse tecnico, e per ciò stesso esente dalle contraddizioni e conflitti della politica, nulla osterebbe alle elezioni, anzi, mentre esso governo fa le sue attività “tecniche”, i partiti potrebbero discutere en plein air le differenti ipotesi per far fronte alla crisi, di concepire le istituzioni, l’economia, i diritti, il bene comune ecc… Se ipotesi hanno, il che non sembra. Non so se Bersani e i suoi amici si rendano conto che così screditando le elezioni, temendole e additandole come un rischio maggiore per il paese, devastano l’idea stessa di democrazia, riducendola a ciliegina sulla torta, e come è ovvio quando il dessert viene a mancare, anche la ciliegina scompare dalla tavola. Squalificano se stessi, squalificano la politica, squalificano la libera volontà dei cittadini, mettono in pericolo la convivenza civile che si basa appunto sulla possibilità di esprimere i conflitti nell’ambito democratico, cioè agendo le elezioni, e la campagna elettorale. Senza elezioni prima o poi si viene alle mani. Il discorso sulle elezioni ci riporta in Francia, anch’essa con un debito pubblico mica da ridere, 1770 miliardi di Euro e oltre, disoccupati in crescita, risparmio delle famiglie in calo, poveri in aumento, lotte sociali in ogni dove e tutto il resto. E Sarkozy agita a ogni piè sospinto il fantasma del debito tanto quanto quello dello straniero, per dire che al di là delle diversità egli dove comunque restare Presidente essendo che ogni cambiamento, in una crisi tanto estesa e squassante, sarebbe destabilizzante, aprendo con ciò la strada per la catastrofe, l’abisso. Se sei sulla soglia del baratro altro non puoi che stare fermo. E’ il tentativo di fare della paura il motore della vita associata e della pubblica opinione. Però intanto Sarkozy queste cose deve dirlo in pubblica piazza, e venirne giudicato il 6 maggio nelle urne. Non può nascondersi dietro un governo sedicente “tecnico”. Già, in pubblica piazza, che dopo la “presa della Bastiglia” di Melénchon e del Front de Gauche, la strada e la piazza sono diventate protagoniste, con meeting di massa l’uno dopo l’altro, manifestazioni le più diverse, cortei, comizi. Tutto l’armamentario classico della lotta politica, compresa la militanza dei partiti è risorto. Il PS fa campagna porta a porta, ma l’UMP non è da meno, volantinaggi, azioni di propaganda massive, attacchinaggio. L’attività militante è una delle caratteristiche di questa campagna, e si impegnano centinaia di migliaia di persone, molte anche giovani e/o giovanissime: si tratta di una enorme scuola di democrazia, altro che la premessa della catastrofe. Una scuola di democrazia che mette in secondo piano i media, in primis le televisioni, seppure il confronto diretto tra Hollande e il presidente uscente sarà guardato da moltissimi, e potrà spostare in caso di sconfitta aperta di uno dei contendenti, da uno a tre punti percentuali dicono i sondaggisti, che sbagliano spesso. Il che non sarebbe poco per una elezione tiratissima. La sinistra tutta sa che la vittoria di Hollande avrebbe una importanza grande almeno quanto la storica affermazione di Mitterand e del programma comune nel 1981, in Francia e in Europa. Forse più, proprio perché il programma del candidato socialista, per brevità chiamiamolo neo keynesiano, prefigura un confronto con la crisi del tutto diverso da quello del rigore e della distruzione dei diritti sociali e del lavoro voluto dalla destra francese e europea. Per non dire dell’effetto simbolico nell’immaginario collettivo ben oltre le frontiere francesi. E la signora Merkel incontrerebbe parecchie difficoltà in più, dentro il suo paese e in Europa. Viceversa anche la destra sa il valore della posta in palio, per la destra classica repubblicana, o quel che ne rimane, si tratta addirittura della sopravvivenza, sottoposta come è ai colpi di maglio della vague bleu Marine (l’onda blu marina), come ormai è stato ribattezzato il FN. Ovvero proprio di fronte alla crisi, non solo economica, ma di società e di civiltà, emergono le differenze profonde tra destra e sinistra in termini di valori e di soluzioni, soltanto gli attardati dirigenti del Modem, la untuosa democrazia cristiana locale, non a caso puniti implacabilmente dagli elettori (hanno perso la metà dei voti), continuano con il refrain che questa distinzione sarebbe superata, un vecchio arnese residuo del novecento, o poco più.

L’esito del primo turno non avrebbe potuto essere più chiaro: due formazioni di sinistra più i verdi (43-44%) si confrontano con due formazioni di destra (45-46%). La società discute accanitamente, e si divide, nella convivenza civile, nonostante le molte spinte e tentazioni a instaurare azioni propedeutiche a una sorta di guerra civile “virtuale” e/o simbolica. Ma a stretto giro di posta saranno indette anche le elezioni legislative per il Parlamento, destinate a definire in modo completo l’assetto istituzionale e politico, poi le manifestazioni, i cortei, gli scioperi, tutto questo concorre alla vitalità democratica, che è linfa decisiva anche per far fronte alla crisi economica, agli attacchi della finanza internazionale, all’aggressione degli speculatori di ogni risma. Ha ragione Hollande: la risposta alla crisi sta nel cambiamento, per via democratica e attraverso la partecipazione dei cittadini, altro che le elezioni come rischio.

PS. Tanto per dare un segnale, il manifesto del collettivo Roosevelt 2012, trenta pagine dove si disegna un’economia alternativa a quella liberista, e vede tra i suoi promotori molti economisti, intellettuali e scrittori tra cui Stéphan Hessel, l’autore di “Indignez- vous”, nato un mese fa in modo del tutto autonomo, raggruppa oggi oltre 28.000 cittadini, cioè hanno aderito circa 1000 persone al giorno durante la campagna elettorale.