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HUNGER- La morte di Bobby Sands

2 May 2012versione stampabile

Dopo la proiezione di Hunger nel 2008 al Festival di Cannes, dove fu anche premiato con la Camera d’Or, di questo bel film si persero le tracce. Con inspiegabile ritardo, o meglio: spiegabile, se si vuole aprire una pagina di discussione sul tema “la distribuzione in Italia”, Hunger è arrivato nelle sale sull’onda del successo ottenuto pochi mesi fa da Shame. Entrambi diretti dal regista londinese di origini afro Steve Mc Queen e interpretati dallo stesso attore Michael Fassbender, che sia in Shame che in Hunger utilizza il corpo come campo di battaglia. Poche parole e scambi di dialoghi essenziali; molti sguardi crocifissi e movimenti fisici, lenti o accelerati a seconda della situazione. Hunger descrive gli ultimi giorni di vita di Bobby Sands e del suo calvario in carcere, in cui intraprese lo sciopero della fame che lo consumò fino alla morte, a 27 anni, il 5 maggio 1981. Siamo in Irlanda del Nord, Long Kesh, nei giorni in cui Margaret Thatcher aboliva lo statuto di prigioniero politico privando dei propri diritti i detenuti della resistenza irlandese. I militanti dell’Ira reclusi nella prigione di Maze, diedero il via allo sciopero della coperta e a quello dell’igiene: senza vestiti e senza pulizia, solo una coperta per scaldarsi. Decisione contestata e ostacolata con una sanguinaria e violenta repressione da parte delle forze dell’ordine. E’ in questo contesto che Bobby Sands, leader del movimento, decreta l’inizio dello sciopero della fame insieme a nove compagni. “In Hunger il corpo viene usato come uno strumento politico -dice Mc Queen-. Il protagonista smette di mangiare e utilizza il proprio corpo come un’arma. Il corpo viene utilizzato per trascendere il linguaggio e la parola ed esprime l’aspetto fisico, serve per comunicare ”. Gli ultimi giorni di Bobby Sands sono ambientati tra le quattro mura di una cella e di qualche corridoio. “L’ambientazione della storia che si è svolta all’interno di una cella in un istituto penale -ricorda McQueen- dettava l’atmosfera claustrofobica.” Note cupe che seguono il crollo fisico, ma non mentale, di Bobby Sands. Il sangue e le manganellate delle forze dell’ordine sui prigionieri dell’Ira fanno ritornare alla mente le immagini di violenza appena viste in Diaz. Lo sguardo di Steve McQueen, su questo dramma umano e politico è composto, ordinato, quasi estetizzante. In contrasto con la storia al centro dell’opera, più simile ad un quadro che a un film. Un quadro che si muove lento e che passo dopo passo assorbe chi guarda nella limpidezza crudele delle immagini.