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La guerra persa

2 May 2012versione stampabile

Il dibattito sull’antiproibizionismo nel campo delle sostanze stupefacenti è sempre stato rifiutato dalla politica. Negli ultimi anni, in particolare, le liberalizzazioni sperimentali delle droghe sono state davvero poche, e sempre limitate a quelle cosiddette leggere. Solo partiti molto piccoli si sono battuti per la liberalizzazione, scontrandosi con un muro tanto solido da rifiutare anche il dialogo. Gli antiproibizionisti maggiormente attivi sono stati intellettuali, magistrati ed economisti, più che politici; personalità di tendenze neoliberali, come il noto Milton Friedman, più che veri progressisti.

Sulla guerra alla droga (e su quella per la droga) si sono costruiti momenti importanti della politica estera delle potenze occidentali. A metà dell’Ottocento la Gran Bretagna mosse due guerre d’aggressione alla Cina per riuscire a importarvi l’oppio che gli inglesi producevano nella colonia indiana: Hong Kong fu uno dei trofei di quelle guerre combattute per tutelare la libera circolazione della più antica droga pesante.

Il mondo a cavallo tra l’800 e il 900 ci rimanda una fotografia in negativo della realtà di oggi. Negli Stati Uniti tra il 1919 e il 1933 era vietato consumare alcool, ma le droghe che oggi chiamiamo pesanti si vendevano liberamente in farmacia. La criminalità organizzata si occupava di whisky, non di eroina. Il contrario di ciò che accade ai nostri giorni. A un certo momento le pressioni proibizioniste si spostarono sul fronte degli stupefacenti, che a partire dalla Convenzione internazionale del 1961 divennero tutti illegali. Negli anni ‘80 il proibizionismo sulle droghe divenne il cavallo di battaglia della politica estera statunitense nei confronti dell’America Latina e, a guerra fredda finita, fu l’alibi per mantenere una discreta ingerenza nei singoli Paesi del continente. Nel frattempo il mercato globale della droga cresceva a dismisura, arrivando a un giro d’affari stimato in 300 miliardi di dollari annui, metà dei quali prodotti negli USA.

Intere regioni e Paesi latinoamericani sono in guerra aperta contro i cartelli della droga, che però dispongono di risorse inesauribili. In Messico, Guatemala, Honduras si parla addirittura di guerra civile. In Europa, la ’ndrangheta gestisce il fiorente mercato della cocaina grazie ai suoi terminali in diversi Stati americani ed europei. In Oriente, le triadi cinesi curano il mercato dell’eroina dalla coltivazione del papavero da oppio allo smercio delle dosi, rifornendosi nell’Afghanistan in guerra e nella Birmania oppressa dai generali.

La droga disegna una geopolitica mondiale rovesciata: i Paesi produttori di un bene così prezioso sul mercato sono infatti vittime di conflitti, povertà e violenze quotidiane. Più una maledizione che una risorsa. Per questo il presidente del Guatemala, seguito da quelli di El Salvador, Bolivia e Colombia, ha voluto porre la questione della liberalizzazione all’ordine del giorno del fallimentare Vertice delle Americhe che si è tenuto il 14-15 aprile a Cartagena. Perché i governi non ce la fanno più a contrastare lo strapotere dei cartelli, e perché vorrebbero guadagnare qualcosa da questo business globale che esclude i produttori.

La risposta statunitense è stata ovviamente negativa, ma per la prima volta è stato dichiarato che si tratta di un tema sul quale almeno si può discutere. La notizia è dunque che, dopo decenni di chiusura, la politica è disposta a riaprire il dossier sul proibizionismo, che con tutta evidenza è stato uno dei grandi fallimenti del XX secolo.