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Amministrative. Ma quale antipolitica!

7 May 2012versione stampabile

@angelomiotto

La notizia sta nel Movimento cinque stelle di Beppe Grillo. L’anticristo, l’incubo dei partiti del Palazzo, la temutissima e vituperata antipolitica.

Questo è il punto: solo per il fatto che i grandi giornali, Corriere in testa, i partiti tradizionali e una parte alta delle istituzioni del Paese si stiano affannando a gettare discredito su qualche cosa che sia diverso da loro dovrebbe far riflettere. Sgombriamo il campo da ogni dubbio: qui non c’è il panegirico o anche solo una simpatia per i cosiddetti grillini, altra brutta espressione. Conosco fior di persone che si impegnano nel sociale e con metodi orizzontali che fanno parte del Movimento dell’ex comico. Ma hanno un nome e un cognome: insomma basta con queste semplificazioni che piacciono tanto a giornali e giornalisti in cravatta.

Non è antipolitica e come ho già ricordato in un altro post il vecchio democristiano Beppe Pisanu ha centrato il bersaglio con la sua lettera di dissenso ( che sui giornali diventa fronda) in cui diceva esplicitamente: il sentimento che prende piede non è antipolitica, è anti-partiti.

Un voto di protesta? Senza dubbio. Un voto motivato dal programma? Anche, sicuramente.

Ma non ci si può ridurre a falcidiare la delega espressa da così tante persone per un attacco al modo di far politica del leader. Perché quelle istanze che vengono espresse fanno parte della politica. Non dei partiti. Ma qui la rivoluzione è copernicana: sono ancora capaci i partiti, nati per tradurre la politica in scelte concrete, di fare politica?

A ben guardare non ci sono molti spazi per dare una risposta affermativa.

A livello locale, se possibile, il dato risente dell’antipatia delle teste pensanti nazionali, arricchita dalle istanze locali che riguardano quartieri, opere necessarie, politiche di prossimità alle esigenze delle persone/votanti che hanno spesso idee ben precise su un parco, una strada, una infrastruttura, un centro di accoglienza.

I massimi sistemi perdono. La politica, che si radica nel territorio, è vera protagonista. Viene difficile pensare che la vecchia e ammuffita partitocrazia sarà capace di ‘rigenerarsi’, come vorrebbe il grande manovratore dal Quirinale. Soprattutto in periodo di subalternità schiacciante rispetto a un governo poco tecnico e molto politico, ma senza legittimità, senza un voto che lo giustifichi.

Le belle giacche e le scarpe pregiate, l’eleganza dei velluti poco si addicono al nefasto periodo che viene scandito dai suicidi per mancanza di lavoro. Forse potrebbero partire da lì, nei palazzi del potere dove partiti ed editoria si intrecciano, per capire che se il ceto medio viene preso a martellate in testa, quando si va alle urne qualche reazione ce la si può anche aspettare. E magari iniziare a pensare di dover rinunciare a quegli odiosi status symbol da ‘casta’, di cui tanto fieri vanno i politici che approdano negli emicicli nazionali.

Se non fosse che siede proprio dove cerca e può agire per sopravvivere a se stesso. L’altra notizia è nell’affluenza in calo di sette punti. Aspettiamo le prossime ore. Ma i flussi e le somme possibili dovrebbero dire molto agli ABC di turno.