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Cina, il diritto come tecnica di governo

8 May 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

Nelle ultime settimane, le vicende cinesi che hanno suscitato l’interesse internazionale sono state soprattutto due: quella di Bo Xilai – il leader di Chongqing improvvisamente caduto in disgrazia – e quella di Chen Guangcheng, l’attivista per i diritti umani fuggito nell’ambasciata Usa e al centro di un contenzioso tra Pechino e Washington.
Di entrambi i casi si è parlato soprattutto in termini politici. Tentiamo invece una lettura dal punto di vista dell’evoluzione del diritto cinese con Renzo Cavalieri, professore di Diritto dell’Asia Orientale nell’Università Cà Foscari di Venezia.

Dal punto di vista giuridico, cosa ci dicono i casi Bo Xilai e Chen Guangcheng?
Danno entrambi la misura di cosa intendano i cinesi per “Stato di diritto”. Lo chiamano Fǎzhì (法治), “governo della legge”. Per un occidentale, questo “governo” può essere sintetizzato nella prevalenza della legge rispetto alla politica e l’amministrazione. In Occidente, anche il legislatore è tenuto a rispettare una legge superiore, che sia la costituzione formalizzata o la legge naturale. Nel secondo caso, perfino il legislatore costituzionale è tenuto a conformarsi a un “qualcosa” su cui si può discutere – c’è anche molta retorica – ma che è generalmente accettato.
Per i cinesi invece lo Stato di diritto è Yīfǎ zhìguó (依法治国), cioè “governare il Paese attraverso la legge”: una frase della tradizione legista, precedente alla formazione dell’impero. Non vuol dire che il governo del Paese si pone sotto la legge, ma che tu usi la legge come metodo di governo.

Partiamo dal “modello Chongqing” e della caduta di Bo Xilai.
La discussione giuridica sul “caso Chongqing” e sulla gestione di Bo Xilai è cominciata con l’arresto di Li  Zhuang, l’avvocato che difendeva i gangster locali, dietro mandato dello stesso Bo e di Wang Lijun. A quel punto, molti giuristi cinesi – alcuni al limite della dissidenza, come He Weifang, altri del tutto inseriti nel sistema, come Jiang Ping – hanno criticato questa gestione estranea al “governo della legge” – inteso come linea politica – perché non rispettava alcune regole formali di carattere tecnico. Cioè, la legge può stabilire qualsiasi cosa, come per esempio la detenzione amministrativa fino a sei mesi prevista dall’ultimo codice di procedura penale, ma va rispettata. Se qualcuno oltrepassa questo limite, a questi giuristi, comunque ortodossi, non va più bene. In tal caso, al governo della legge si sostituisce l’altra grande tradizione, quella confuciana, con il Rénzhì (人治), “governo dell’uomo”, in base alla quale, dato che la legge è rigida, tu devi essere più flessibile e se vuoi perfino “migliore” del legislatore. Quello che conta è l’efficacia del governo,  comunque la si ottenga.
I giuristi sono stati felici per la caduta di Bo Xilai, perché lui rappresentava un modo vecchio di gestire la politica, che pur con molte pecche la Cina sembrava avere superato negli ultimi dieci anni, dopo l’adesione al Wto, aderendo a un sistema formalizzato di leggi.
Bo Xilai aveva invece dimostrato che c’è ancora spazio per l’altro sistema. Ed è normale che sia così, data la contraddizione insanabile tra legalità e governo del Partito comunista, con la dipendenza della magistratura dalla politica e così via.
Quindi, oltre a uno scontro tra fazioni e a uno scontro politico, il caso Bo Xilai rivela anche un conflitto ideale sull’idea del futuro per la Cina e sul rapporto tra governo e diritto.

Poi arriva il caso Chen Guangcheng
In questo caso, lo scontro con il potere politico avviene sulla domanda: a che cosa serve il diritto? Se è uno strumento per governare, non può essere un ostacolo al governo. Vanno bene la formalizzazione delle regole e la tecnicizzazione del sistema, ma c’è un limite oltre il quale non è ammissibile andare. Per cui, per esempio nella storia della pianificazione familiare e degli aborti forzati che Chen ha denunciato, c’è una linea molto sottile fra quello che una commissione locale può e non può imporre. È chiaro che non è lecito trasportare una donna in ospedale e farla abortire contro il suo volere, e infatti ogni tanto qualche funzionario troppo zelante finisce in galera. Invece è ritenuta lecita, anzi giusta, una pressione psicologica sulla donna stessa.
L’articolo 51 della costituzione cinese dice: “L’esercizio da parte dei cittadini della RPC delle loro libertà e dei loro diritti non deve contrastare con gli interessi dello Stato, della società e della collettività o con le libertà e i diritti legali degli altri cittadini”. L’esercizio dei tuoi diritti non è limitato solo dalla legge, ma anche da qualcosa di più vago, la cui interpretazione è affidata allo Stato sotto la guida del Partito.
Quindi da un lato ci sono le leggi da rispettare e Bo Xilai non va bene perché non lo fa; dall’altro, le regole servono a far funzionare il sistema e non a tutelare gli interessi dell’individuo, a meno che non coincidano con quelli della collettività. In mezzo c’è l’ultima campagna sulla “società armoniosa”, che ha comportato forti pressioni sui giudici cinesi affinché utilizzino di più gli strumenti della mediazione. È come se il governo dicesse: vi abbiamo dato le regole formali e gli avvocati, che stanno anche assumendo un certo status sociale. Però non vogliamo che le leggi siano usate strumentalmente per scardinare il ruolo guida del Partito e la struttura fondamentale dello Stato, quindi spingiamo tutti a mediare. Tutte le questioni più sensibili politicamente non devono essere gestite con il diritto, bensì con le virtù confuciane: umanità, benevolenza, eccetera.
Quindi, nell’ultimo anno, la contraddizione tra leggi scritte e governo del Partito è stata un po’ ricomposta definendo i limiti entro i quali ci si può muovere.

Tutta la storia di Chen è segnata dall’avere superato questi limiti?
Non è un caso che la maggior parte dei dissidenti si rifà all’idea della tutela dei diritti soggettivi, che però è giudicata “eccessiva” dal sistema. Questa tipologia di dissidenti è quella che fa più paura, perché sbatte in faccia al governo la contraddizione in cui si è infilato lui stesso: hai fatto le leggi? Adesso ti tocca rispettarle. È tra l’altro la categoria che gode del maggiore supporto da parte dell’opinione pubblica, perché tantissima gente, soprattutto nelle città, ormai crede ai diritti e alle libertà. Quindi anche la storia di Chen rientra nella categoria dei wéiquán lǜshī (维权律师), gli “avvocati dei diritti”, che sono la categoria più problematica da gestire per il potere cinese.

Il cittadino cede parte della propria libertà in cambio della tutela dei suoi diritti individuali da parte dello Stato: l’idea di legge che limita l’autorità del potere viene dalla nostra tradizione contrattualista? In tal caso, manca del tutto nella cultura cinese.
Semplificando al massimo, il potere cinese non ha mai avuto contropoteri. Non ha mai dovuto negoziare con la borghesia, la chiesa, la nobiltà, come è successo da noi.
In Occidente sono fondamentali la separazione dei poteri, da un lato, e la formulazione dei diritti fondamentali – una creazione ideale – dall’altro. Va però detto che c’è molta retorica in questa impalcatura: vogliamo parlare dei nostri centri di detenzione per immigrati?
La priorità per qualsiasi governo, e a maggior ragione in Cina, è quella di mantenere un’armonia generale. Per cui si ricorre alla coazione solo in casi estremi. Quello che però non è accettabile è un uso conflittuale delle proprie libertà e dei propri diritti. È un punto su cui tutti i cinesi sono d’accordo, tant’è che è pure inserito nella costituzione. Non puoi pensare di avere ragione per forza perché sei riuscito a tutelarti attraverso tecniche legali.
Per me è ovvio difendere un mafioso, credo che una difesa tecnica sia dovuta anche al mostro più mostro, è un valore. Per i cinesi no.

Che direzione può prendere il diritto cinese?
Ci sono le linee evolutive che convergono verso la tradizione legale occidentale: la tecnicizzazione delle regole e la creazione di professioni nuove, come gli avvocati; la crescita di una liberal consciousness tra i cittadini, ai più diversi livelli. Poi c’è l’ormai completa integrazione internazionale della Cina, che utilizza il diritto nelle relazioni con gli altri Paesi e nelle istituzioni sovranazionali. Qualche studioso comincia addirittura a parlare di “legalismo aggressivo”, semplicemente perché i cinesi hanno imparato a usare gli strumenti che noi usiamo da anni.
Però ci sono due anomalie.
La prima è la natura leninista dello Stato, quindi la subordinazione politica della magistratura in senso lato. Per esempio, le autorità indipendenti non potranno mai essere tali, in Cina. Puoi anche creare una Consob o un’Autorità per l’energia, ma sai già in partenza che sono governative. Fanno finta di essere indipendenti. Puoi anche migliorare le competenze della magistratura, ma nei casi che contano è il sistema stesso, la costituzione, che ne prevede la subordinazione alla politica.
Se il sistema politico non cambia, e nessuno sa se questo succederà, la Cina resterà sicuramente diversa.
La seconda, di cui abbiamo già detto, è più profonda: l’idea che non bisogna esagerare con l’assertività dei propri interessi. Tutti devono mantenere un atteggiamento transattivo nei confronti di chi li circonda, trovare un consenso con reciproche concessioni. Rappresenta  la matrice confuciana comune anche alla Corea e al Giappone dove, per esempio, i contenziosi civili e gli stessi avvocati sono pochissimi. Questo secondo me non cambierà. Da noi, uno ha ragione o ha torto. Da loro un po’ meno. E se anche sei convinto di avere ragione, accetti di transigere un po’ nel nome dell’efficienza generale.