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Aloha (quello che non sapete delle Hawaii)

10 May 2012versione stampabile

Emanuele Bompan

Non mi immaginavo di trovare un’ulteriore discriminazione, quantomeno legale nelle istituzioni per gli Affari Tribali Americani. Allo scarso supporto alle Riserve americane, alla mancanza di autodeterminazione ai popoli dei territori non incorporati (Puerto Rico, Guam, ecc), la lentezza nel processo di compensazione alle tribu, ho scoperto durante un viaggio recente che si deve aggiungere anche la discriminazione della minoranze tribale polinesiana alle Hawa’i.

«Non è mai stato riconosciuto nessuno status. Speciale, le tribù non sono incluse nelle liste del Ministero per gli Affari Tribali, non esiste nessun sistema di legge, di tribunale tribale o di autonomia regionale», racconta DeSoto Brown , curatore del bellissimo museo naturale-antopologico Bishop Museum, il più importante centro della cultura polinesiana nel Pacifico. Sull’isola infatti, fino agli anni ’70, la cultura locale è stata repressa e mal tollerata. Per dare un esempio: una delle valli più sacre di Ohau, nei pressi della grotta Kaneana, l’utero della Terra da dove sarebbero nati gli Hawaiani, è stata usata per anni come zona di tiro per grossi calibri dall’esercito Americano, senza alcun rispetto per le tradizioni spirituali locali.

«Dal ’76 tuttavia ha avuto iniziato un nuovo “Rinascimento Hawaiano”», mi spiega Lea Uehara, presidente dell’etichetta Tropical Music, fondatrice del festival Mele Mai e una dei leader culturali dell’arcipelago. «Vogliamo ridare lustro alla cultura, alle tradizioni, mostrando come la cultura tribale si sia evoluta contaminando quella asiatic/pacifica e quella americana». Sebbene gli abitanti nativi godano di una buona condizione economica, grazie a turismo e pesca, per molti l’autonomia rimane un’utopia. «Non vogliamo l’indipendenza, ma noi siamo speciali» ridacchia Lea. «La nostra identità va protetta e tutelata. Vogliamo ridare lustro a nostri elementi culturali distinti, come  i nostri balli, l’Hula, slegandoli dalle banalizzazioni per turisti».

Sebbene l’elitè intellettuale Alhoa dell’isola abbia fatto numerosi tentativi per creare un soggetto politico o un ombrello sotto cui riunire le istanze dei nativi hawaiani, ad oggi nessun tentativo ha realmente funzionato. «Ci sono piccole realtà sparse e disaggregate». Politicamente non pare funzionare come sul piano culturale. Eppure i locali sono molto fieri della loro cultura, molto apprezzata anche in giappone (pare che oltre 2 milioni di giapponesi ballino l’Hula!)

Oggi infatti ci sono numerose scuole che hanno come seconda lingua lʻŌlelo Hawaiʻi, l lingua nativa di ceppo polinesiano, dopo che i preti l’avevano bandita nel 1896. E le iniziative non fanno che crescere.

Anche sul piano ambientale i nativi sono molto più sensibili della media degli abitanti. «Per anni i nativi hanno vissuto in equilibrio senza compromettere la pescosità dei mari. Oggi i coralli muoiono e l’overfishing sta distruggendo la fauna marina, specie i delfini.

Un ragazzo del posto mi ha raccontato una volta che la parola Aloha ha un significato profondo. «Condivisione (alo) gioiosa (oha) dell’energia vitale (ha) nel presente (alo)». Perchè perdere un tradizione linguistica così e non valorizzare un popolo nobile?

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