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Campanello di allarme. Barroso: se la Grecia non rispetta accordi, potrà uscire dall’euro

10 May 2012versione stampabile

Nicola Sessa

Il campanello d’allarme suona assordante. La zona euro imbarca acqua. Si cerca disperatamente di riparare le falle, ma la toppa è troppo piccola. Anche chi ha sempre avuto il sangue freddo, comincia a barcollare. Barcolla il robotico Mario Monti che dopo aver difeso a spada tratta la rigidità di bilancio, la golden rule, il fiscal compact, prova – in pieno stile italiano – ad addolcire la pillola: “gli investimenti pubblici per la crescita [..] per i prossimi tre anni non dovranno essere conteggiati ai fini dei vincoli del patto di stabilità, del fiscal compact”. E a Berlino, questo non piace.

Barcolla anche Corrado Passera che ha goduto per lungo tempo, in campo economico, della stessa infallibilità papale. Ed è spaventato: si è accorto che a rischio non è solo il campo degli investimenti ma la stessa tenuta sociale del paese.

Anche José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea ha mostrato segni di cedimento affermando, in un’intervista per Skytg24, che se la Grecia non rispetterà gli accordi, potrà uscire dall’euro. E’ la prima volta che il governo europeo ammette apertamente, per bocca del suo alto rappresentante, la possibilità che un membro dell’Eurogruppo possa lasciare l’area euro. L’affermazione di Barroso costituisce un allarme serio, ma anche un avvertimento indirizzato a Evangelos Venizelos, il leader del partito socialista greco, il Pasok, che in queste ore ha ricevuto il mandato esplorativo per formare un governo in grado di raccogliere in intorno a sé le forze pro-europa. Difficile che ci riesca, come non ci sono riusciti Antonis Samaras del centro destra e Alex Tsipras della sinistra radicale.

In questo terremoto tecnico-politico, con l’incognita Hollande a Parigi, il rapporto deprimente della Bce sul mercato dell’occupazione e le previsioni catastrofiche di Standard&Poor’s (l’arrivo di una tempesta perfetta sui mercati finanziari da 35mila miliardi), solo Berlino rimane ferma sulle sue posizioni. Angela Merkel non crede ai miracoli: gli eurobond non sono sostenibili. “Solo riduzione del debito e competitività” possono mettere una pietra sulla crisi. Merkel non spiega però come sia possibile tornare alla competitività senza una politica monetaria autonoma. Italia, Grecia, Portogallo e tutti i paesi dell’eurozona hanno ceduto la fondamentale prerogativa della politica monetaria: mancano le leve per svalutare una moneta, per rendere i propri prodotti più appetibili. Come può un paese con un’industria in crisi (come l’Iltalia) o un paese abituato a vivere con l’impiego pubblico (la Grecia o il Portogallo) sottostare alle stesse regole della Germania?