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Bosnia – Erzegovina e un futuro condiviso

11 May 2012versione stampabile

Christian Elia

Non è un caso che la decisione sia stata presa in una corte del distretto di Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, città simbolo delle divisioni seguite al crollo della ex Jugoslavia, teatro prima di scontri tra serbi e le comunità croata e musulmana, poi di un conflitto tra queste due. Il ponte di Mostar, distrutto da una granata sparata dai croati, divenne un’icona mondiale di odio.

La corte di Mostar ha deciso, il 30 aprile scorso, che due istituti della zona debbano porre rimedio – con effetto immediato -alla pratica della divisione etnica degli studenti nelle classi degli istituti.La battaglia, vinta, è quella dell’associazione Vasa Prava, che ha presentato l’istanza per abolire le classi ‘etnicamente pure’ censite in almeno 34 edifici scolastici in Bosnia – Erzegovina.

Il giudice di Mostar è stato chiaro: si tratta di discriminazione. Una sentenza che inchioda a tutte le sue ambiguità e alle sue contraddizioni il sistema ”due scuole sotto un tetto”, sistema quietamente introdotto nell’organizzazione scolastica in Bosnia – Erzegovina, dopo il 1999, in particolare nelle regioni ad alta densità di coabitazione di croati e musulmani. L’idea originale, per uscire dalle tensioni della guerra, era creare uno spazio, seppur diviso, che sarebbe seguito in seguito a implementare le classi miste.

Il sistema è arrivato fino a noi, di classi miste ne esistono troppo poche. Ecco che l’impegno di Vasa Prava, che ha deciso di forzare i tempi elefantiaci della comunità internazionale, ancora presente in Bosnia-Erzegovina con la figura dell’Alto Rappresentante, sorta di nume tutelare degli equilibri nati dagli accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra nella ex Jugoslavia.

Una storia locale, ma che rende l’idea di una situazione generale. Proprio Dayton, con la sua etno-democrazia, ha finito per creare un sistema discriminatorio. Un meccanismo che di sicuro è stato utile per far cessare le ostilità, all’epoca,ma che poi ha finito per bloccare il Paese in un eterno dopoguerra.

La prima picconata all’architettura di Dayton è arrivata nel dicembre 2010, con la sentenza Sejdić e Finci contro Bosnia-Erzegovina, originato dal ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani da parte di due cittadini bosniaci, rispettivamente di etnia Rom ed ebraica, circa la non compatibilità della Costituzione della Bosnia-Erzegovina con la Carta Europea dei Diritti Umani. La Costituzione – nata dagli accordi di Dayton – stabilisce, infatti, che soltanto i cittadini appartenenti ai popoli costituenti bosniaco, croato e serbo, possano essere eletti negli organi costituzionali.

E’ tempo, venti anni dopo, di ripensare Dayton e il suo equilibro soffocante. La conferenza dei donatori delle Nazioni Unite per la Bosnia-Erzegovina, riunitasi a Sarajevo il 24 aprile scorso, ha stanziato altri 500 milioni di euro per il Paese. Importante, molto, ma di soldi ne sono arrivati molti in questi anni. Il problema è capire cosa si vuole costruire, oltre le case. Che si abitano prima di tutto con le idee di futuro.