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Somalia, stereotipi e perenni emergenze dal 1991

11 May 2012versione stampabile

Lorenzo Giroffi

Nell’immaginario comune occidentale si piantano facilmente stereotipi difficili da intingere in analisi più profonde. La Somalia sembra essere caduto proprio in uno di questi, fatto di aiuti ed emergenze. In realtà questo Paese custodisce un panorama frastagliato, riconosciuto dai media solo nel fenomeno della pirateria, contrastato militarmente dalle marine di mezzo mondo. Su questo versante l’Inghilterra ha annunciato di ritirare molte delle sue forze da queste operazioni, perché troppo dispendiose a dispetto del prossimo impegno olimpico e della rinnovata “questione Falkland”. Questo fenomeno è indicativo di come la Somalia sia stata trattata dalla caduta del governo del 1991 ad oggi, sempre come una perenne emergenza da contenere con piani di sicurezza militare, che avrebbero dovuto essere requisiti preliminari per piani di sviluppo. Il Paese è teatro di infiniti Stati scollegati (Northland, Somaliland, Puntland, Maakhir); terra di scontri anche indiretti (nel 2006 l’Etiopia attaccò la Somalia per piegare le corti islamiche che appoggiavano la storica nemica Eritrea); di influenze della penisola arabica, che commercialmente è il partner più forte perché l’economia somala è ancora trainata dal mercato del bestiame, affare non gestito internamente, ma dall’Arabia Saudita, dal Quatar e dagli Emirati Arabi, che acquistano a prezzi molto più bassi rispetto agli altri Paesi del Corno d’Africa, dunque la contaminazione si estende poi dal commerciale anche al culturale-economico-politico-religioso, ecco spiegata quindi la forte presenza sul territorio degli Shabab. Dal conflitto del ’95 ad oggi non è cambiato nulla, perché? C’aiuta a sbrigliare tutta questa matassa somala Matteo Guglielmo, ricercatore in Africanistica all’Università degli studi “L’Orientale” di Napoli ed autore del libro “La crisi di confine tra Eritrea ed Etiopia apre un altro fronte in Somalia”.

Quale il quadro della storia recente somala?

Venti anni di guerra civile hanno fatto sì che il conflitto divenisse elemento strutturale della società, basata sui clan, andatisi anch’essi ancora di più a frammentarsi. Le istituzioni provvisorie, che dovrebbero ultimare il loro mandato il prossimo 21 agosto, sono il frutto di compromessi internazionali del 2004 (Gibuti) prima e del 2009 (Kampala) poi, dunque sono poco legittimate sul territorio e si reggono solo grazie alla difesa della missione dell’Unione Africana (AMISOM) e delle missioni keniane ed etiopiche. Queste ultime più interessate ad evitare la possibile supremazia degli Shabab, che vogliose di cura verso il governo provvisorio. Naturalmente il Paese, vivendo in un contesto così instabile, è aperto a chiunque ci si infili per imporre la propria influenza: ecco la radicalizzazione dell’islam nel Paese.

Può spiegarci la dinamica della composizione del governo federale?

Il primo processo di riforma delle istituzioni federali di transizione, che nascono nel 2004 a Nairobi, è stato fatto nel 2009 a Gibuti, attraverso degli accordi che avrebbero dovuto includere l’ala della resistenza anti-etiopica vicina alle corti islamiche e che hanno creato le istituzioni transitorie di Nairobi, trasferite poi a Mogadiscio. Così s’è formato un Parlamento di 550 membri, divenuto ancora più ampio, ma senza estendere realmente il panorama politico. I rappresentanti del Parlamento sono aumentati senza però intavolare colloqui con movimenti si pericolosi, ma anche determinanti, includendo invece realtà molto piccole. Di fondo c’è una incapacità, ma soprattutto una scarsa volontà nel dialogare con gli Shabab, visto che sono nella lista nera dalla Comunità internazionale. Il gruppo insurrezionale islamista essendo stato escluso ha radicalizzato ancora di più la propria posizione: non sentendosi riconosciuto a sua volta disconosce le istituzioni. Ora nell’ambito dell’approvazione della nuova Costituzione sarà determinante la composizione dei soggetti che formeranno l’assemblea: dovranno essere 874 persone. Tecnicamente il processo potrebbe compiersi, ma politicamente è complicato, perché dopo venti anni di guerra civile è difficile individuare capo clan in grado di essere assolutamente imparziali ed infatti il Primo Ministro, il Presidente della Repubblica ed il Presidente del Parlamento stanno scegliendo gli anziani a loro più vicini. Dunque la politica è ancora ai margini e l’ AMISOM aumenta, grazie all’Onu, di altre dodicimila unità il proprio contingente, per tentare di spazzare via gli Shabab. Anche se riuscissero a sconfiggerli, le forze dell’AMISON, una volta che il governo transitorio sarà sostituito dal Governo di fatto, dovranno andare via e la Somalia, senza aver risolto e dialogato politicamente prima con gli ShaBab non riuscirebbero a contenerli in una loro eventuale riorganizzazione. Inoltre a mio avviso ad aumentare le problematiche ci sarà la recente scoperta in Puntland del petrolio. Qui la compagnia Africa Oil Corp ha diramato la notizia delle operazioni di trivellamento e si sa che in Africa il petrolio può essere croce e delizia: vedi Nigeria.

Quali sono le responsabilità della comunità internazionale?

In qualche modo non intraprendendo una forte iniziativa di dialogo si legittima la proliferazione di piccole amministrazioni, favorita anche dall’approccio dei donatori internazionali al problema somalo. Questi appoggiano le piccole amministrazioni che danno prova di stabilità, con parametri discutibili, così ecco piccole realtà che nascono, pur non rappresentando alcun territorio.

Quali potrebbero essere gli eventuali punti di svolta?

Al momento manca un vero e proprio processo politico. Il dialogo con le varie parti passa attraverso un’equidistanza della comunità internazionale. Il problema è che oggi c’è una esasperazione. Dopo l’11 settembre si è deciso di scegliere i soggetti con cui dialogare, ma si chiama processo di pace proprio perché si è alla pari con gli interlocutori. È grave escludere degli attori molto presenti sul territorio come gli Shabab. È chiaro che non vorrei vedere questo movimento guidare la Somalia, perché hanno atteggiamenti discutibili su leggi da emanare e gestione del territorio, però bisogna parlargli, per non trovarsi poi in un vicolo cieco.