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Algeria, le cicatrici della memoria

14 May 2012versione stampabile

Christian Elia

foto di Laura De Santi

Una buona regola nel commento di una situazione è quella di non tentare mai di analizzarla con gli occhiali di un’altra stagione. La memoria, però, lascia dei segni, che a volte sono cicatrici. Quando si parla di Algeria, quando si parla di fronte islamico e di elezioni, è difficile non pensare alle 150mila vittime della guerra civile nel Paese maghrebino negli anni Novanta.

”Se il ministero degli Interni ufficializzerà il risultato elettorale prenderemo misure”, hanno dichiarato in conferenza stampa i vertici dell’Alleanza Verde, il cartello elettorale islamista, orientato sulle posizioni dei Fratelli Musulmani. Distante, certo, dalle formazioni estremiste che hanno invece intimato di boicottare il voto in Algeria, ma come si diceva la memoria porta le sue cicatrici, ed è con ansia che parte la speculazione su quali possano essere queste misure.

Le elezioni del 10 maggio scorso, a sorpresa, hanno confermato la coalizione di governo che sigle a parte, rientra nel sistema più o meno di partito unico del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln), il quale, nome a parte, conserva ben poco dello spirito della lotta di liberazione dal colonialismo francese. Per l’Alleanza Verde solo 48 seggi, dopo che i risultati parziali ne accreditavano circa 100.

Anche sull’astensionismo, stabilizzatosi attorno al 57,1 per cento, i dati definitivi paiono lontani da quelli della prima ora.

Il Consiglio Legislativo algerino ufficializzerà i risultati. E’ probabile che, alla fine, l’Alleanza Verde farà ricorso in Parlamento, ma gli osservatori internazionali, che hanno tutto sommato benedetto il risultato delle urne, li privano di un argomento forte. Anzi, con una semplificazione un po’ forzata, la stampa occidentale ha presto salutato le elezioni in Algeria con un sospiro di sollievo rispetto alla vera o presunta avanzata islamista in Nord Africa dopo le rivolte arabe.

Salutando il gran numero di deputate elette nel nuovo Parlamento, laiche e credenti. Dimenticando che il sistema elettorale algerino prevede delle quote rosa, oltre che continuando a stupirsi di quello che stupisce solo chi non conosce alcune realtà. In Algeria, e non solo, sono milioni le donne che lottano per cambiare le loro società, sono credenti e non credenti, velate e svelate.

Cosa accadrà? Presto per dirlo, anche perché l’opposizione al presidente Bouteflika (e al premier Ahmed Ouyahia con il suo Rassemblemant Democratique Nationale – Rnd, alleato del Fln) è divisa tra il fronte islamico e le formazioni laiche e progressiste. Divisione che è alla base della mancata compattezza della ‘primavera’ algerina. Il motivo più grande di questo immobilismo, però, restano le cicatrici della memoria.

Le prime elezioni multipartitiche della storia dell’Algeria indipendente sono quelle amministrative del 1990. Vinte dal Fronte Islamico di Salvezza (Fis) con il 54 per cento dei voti. Il Fronte, dopo l’arresto dei suoi leader, si aggiudicò anche il primo turno delle successive elezioni politiche, tenutesi il 26 dicembre 1991, conquistando il 47,3 per cento dei voti. Al secondo turno ci sarebbe stato un ballottaggio fra i due candidati più votati e avrebbe reso molto probabile una maggioranza dei due terzi al Fis, che avrebbe messo quest’ultimo in grado di modificare la costituzione laica.

L’11 gennaio 1992 l’esercito prese il potere con un colpo di Stato, il controllo del Paese passò nelle mani di una giunta militare. Una lunga e sanguinosa guerra civile piegò il Paese. Le cicatrici, appunto. Ecco che le parole dell’Alleanza Verde, stante la differenza di contesto e programma, fa correre un brivido lungo la schiena.