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Colombia-Usa, la duplice intesa

15 May 2012versione stampabile

Luca Giuman

Oggi entra in vigore il trattado di libero commercio (TLC) tra gli Stati Uniti e la Colombia. Annunciandolo un mese fa, al termine del summit dell’America Latina, tenutosi a Cartagena de Indias (Colombia), il presidente Barack Obama lo ha definito come un accordo proficuo per entrambe le parti. Secondo le sue parole, il TLC incrementerebbe le esportazioni degli USA di 1.000 milioni di dollari l’anno, e sarebbe una vittoria per la Colombia le cui esportazioni avranno libero accesso al più grande mercato al mondo senza dover pagare dazi doganali.

La negoziazione del TLC tra Colombia e USA venne ultimata nel 2006, ma la sua attivazione fu bloccata dal Congresso americano che, sotto la pressione di settori progressisti, ne aveva negato la ratifica a causa delle scarse tutele garantite ai lavoratori in Colombia e per l’alto indice di omicidi perpetrati contro sindacalisti. È importante dunque risaltare che il TLC non è stato imposto alla Colombia dagli Stati Uniti; al contrario, sono stati prima il governo di Alvaro Uribe Vélez e ora quello del presidente Juan Manuel Santos a fare della firma del TLC una bandiera del proprio programma politico.

Jorge Enrique Robledo, senatore del partito d’opposizione Polo Democratico, circa sei mesi fa ha definito il TLC come “la cosa peggiore successa alla Colombia dopo l’indipendenza”. Secondo l’opposizione, il TLC causerà la perdita di sovranità, la denazionalizzazione dell’economia, la concentrazione della ricchezza, il peggioramento delle condizioni dei lavoratori, il degrado ambientale e l’aumento della povertà. Gli unici a beneficiarne, sempre secondo il rappresentante del Polo, saranno i pochi colombiani che riusciranno a separare il proprio destino da quello della nazione e allacciare i propri interessi a quelli delle transnazionali.

Dal 2002 l’economia colombiana è cresciuta con tassi variabili dal 2 al 7 percento, con una media annuale del 4.3. Un tasso invidiabile se si considera la crisi economica degli ultimi anni che ne ha notevolmente rallentato la crescita. Nonostante questo, l’indice di povertà è diminuito solo dal 53.7 (2002) al 45.5 percento (2009), rimanendo ben lontano dall’obiettivo del millennio. Nelle zone rurali, la riduzione della povertà, nello stesso periodo, è addirittura minore: dal 69.3 al 64.3. Considerando la crescita demografica, il numero assoluto di poveri è rimasto dunque invariato. Dieci anni di politche liberali non sono riuscite nemmeno a incidere significativamente sui livelli di inequità. Secondo fonti della Banca Mondiale, l’indice di Gini era 58.7 nel 2000 e 55.9 nel 2010. La percentuale dei PIB del quintile più povero della popolazione è aumentato, negli stessi anni, solo dall’1.9 al 3 percento. Ovvero il 20 percento più povero della popolazione riceve solo il 3 percento delle ricchezze generate dall’economia. Per questo, una delle domande che è necessario porsi è se l’entrata in vigore del TLC avrà un effetto positivo su quelle che sembrano essere le due principali problematiche sociali del paese: la povertà e la disuguaglianza.

Uno degli autori eterodossi con una visione più lucida sul libero commercio è Dani Rodrik, professore dell’università di Harvard. Il libero commercio ha, secondo l’autore, almeno due aspetti negativi o anti-etici. Il primo: il paese con salari più bassi, minori garanzie ai lavoratori e privo di legislazioni ambientali gode di un vantaggio competitivo. Il secondo: non può esistere una concorrenza onesta fino a quando persistiranno i sussidi pubblici al sistema produttivo.

Nel caso della Colombia questo gioca nei due sensi. Le sovvenzioni agricole americane rischiano, nel medio e lungo termine, di mettere a rischio alcuni settori agricoli come quello del riso o, come Alfredo Molano ha recentemente dimostrato in un reportage per El Espectador, quello dei coltivatori di palma africana. D’altra parte il TLC aprirebbe l’opportunità a alcuni settori imprenditoriali della Colombia di ampliare il proprio mercato, generando così maggiori ingressi, incrementando le possibilità di investimento e creando nuovi posti di lavoro.

Alcune esperienze della regione possono dare alcune chiarimenti sull’impatto dei trattati di libero commercio. I TLC in Messico, Cile e America Centrale hanno dimostrato che, se a livello  macroeconomico i trattati stimolano la crescita di entrambi i firmatari, all’interno delle economie nazionali esistono invece vincitori e perdenti. I TLC, insomma, non danno benefici alla società nel suo insieme e questo vale anche per gli Stati Uniti. Chi ottiene beneficio dai trattati di libero commercio?

Prendiamo l’esempio del Messico che firmò il TLC con Stati Uniti e Canada nel 1994 (NAFTA). Un’analisi realizzata dopo dieci anni dimostra che i livelli di importazione e esportazione sono aumentati enormemente. I settori che sono cresciuti maggiormente in Messico sono quelli manifatturieri e, in particolare, quello delle imprese maquiladoras. Ma l’aumento delle esportazioni, moltiplicatosi per sei dal 1991 al 2005, e la mancata crescita economica dimostrano, secondo Carlos Alba Vega, un problema fondamentale: il basso livello di integrazione delle imprese esportatrici con l’economia nazionale.

Altri studi manifestano che dopo il TLC la regione del nord dello Stato Federale, quella che confina con gli Stati Uniti, ha conosciuto indici di crescita economica elevati. Molte imprese si sono delocalizzate in questa frangia approfittando dei bassi salari, impiantando imprese con uso intensivo di mano d’opera. Le regioni del sud, invece, non hanno beneficiato minimamente del NAFTA. La coltivazione del mais, prodotto tradizionale della cultura locale, per esempio è diminuita drasticamente a causa delle importazioni di mais sovvenzionato.

In Messico, l’indece di inequità, a diciotto anni dalla firma del NAFTA, non è diminuito. La povertà relativa, seconde le Nazioni Unute, è diminuita invece dal 52.4 percento nel 1994 al 47.4 nel 2008, ma principalmente grazie a politiche di sussidi familiari come Progresa Oportunidades e non per la generazione di posti di lavoro. Insomma, il NAFTA in Messico non ha favorito la creazione di una società più equa.

Ecco dunque una delle contraddizioni del sottosviluppo. Il TLC ha aperto in Messico la porta agli investimenti delle imprese maquiladoras, ben note per le avverse condizioni a cui sottopongono i propri lavoratori. Investimenti però che sono più che benvenuti in aree con alti indici di disoccupazione e povertà. Molte persone con cui ho parlato in Centro America, principalmente donne capofamiglia, ripetevano: “Si lavora nelle maquilas perchè non c’è altra alternativa.” La domanda che compete alla classe politica è: che tipo di sviluppo desiderano per il proprio paese? Il principale problema è che in America Latina e, in particolar modo in Colombia, la classe politica è portatrice e rappresentante degli interessi delle grandi lobby economiche e dei gruppi di potere. La Colombia è tradizionalmente un paese in cui la politica si è alternata tra il partito conservatore e quello liberale e l’entrata dell’uribismo ha radicalizzato ancor più il carattere ultraconservatore della classe politica. Dato questa connotazione dello scenario democratico, è assai difficile che il congresso possa legiferare a vantaggio dell’intera popolazione.

Se il TLC sarà, a lungo termine, un meccanismo di crescita per entrambi i paesi, così come lo hanno annunciato il presidente Obama e il presidente Santos, ciò non significa che all’interno dell’economia colombiana non ci sranno settori produttivi che si vedranno negativemente colpiti dal trattato né che questo avrà un effetto positivo sugli indici di povertà. L’apertura commerciale sembra essere un processo inevitabile, come approfittarne affinché questa abbia un impatto sulla riduzione della povertà e gli elevati indici di inequità, prevalenti in Colombia, dovrebbe essere un dibattito fondamentale all’interno della società intera.