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Crisi euro, il test greco

15 May 2012versione stampabile

Alberto Tundo

Piccolo, quasi irrilevante il peso della Grecia, da un punto di vista economico, all’interno dell’Unione europea: appena il 2 per cento. Eppure, da tre anni, i ripetuti tentativi di salvataggio sono falliti. Stefano Squarcina, consigliere politico del partito della Sinistra unitaria europea, ha spiegato a E il Mensile online qual è il valore politico della crisi greca e cosa c’è dietro la sua gestione fallimentare e costosa

Al di là del valore economico, qual è il significato politico del fallimento della Grecia?

È la prova del fallimento delle politiche europee nei confronti di Atene. Il fallimento greco, se ci sarà, sarà il fallimento dell’Unione europea. Stiamo parlando di un Paese che conta meno del 2 per cento del Pil dell’Ue: è possibile che in due-tre anni l’Unione non abbia saputo trovare una soluzione ?

La sua risposta qual è?

È che non si è voluta cercarla. Ma lo si capisce anche facendo un calcolo molto semplice: questa gestione fallimentare della crisi greca ha rappresentato un costo straordinario per l’Unione europea, che avrebbe potuto cavarsela con molto meno. Il debito pubblico greco, ad oggi, ammonta a circa 350 miliardi di euro. Dal 2008, per far fronte alla crisi, il sistema finanziario privato europeo ha ricevuto seimila miliardi di euro erogati dagli Stati membri. Se l’obiettivo era rimettere in sesto il Paese e rilanciarne la crescita, allora è stato completamente mancato. Infatti la Grecia per il quinto anno consecutivo è in recessione e il debito pubblico è esploso. Eppure sulla carta si è fatto molto: la cancellazione della metà del debito pubblico greco, il quasi azzeramento di quello privato, i due piani di risanamento finanziario decisi dalla troika di cui si discute in questi giorni. Perché queste misure non hanno funzionato? Ma qualcuno vuole chiederselo?

Ecco, perché?

Perché queste misure sono state usate per tappare il buco del sistema finanziario privato greco e non per il rilancio dell’economia reale e la salvaguardia della coesione sociale e il risultato delle ultime elezioni ne è una dimostrazione. La riduzione drastica dei livelli salariali e di protezione sociale non portano crescita, anzi, la scoraggiano. Per fortuna, soprattutto in seguito alle elezioni francesi, si sta cominciando a dire chiaramente che da sola l’austerità, imposta da quello che era definito l’asse Merkozy, Merkel più Sarkozy, non funziona. Il problema è che nel frattempo stiamo liquidando lo stato sociale europeo. Ma c’è di più.

Cosa?

La Grecia è stata utilizzata come una sorta di test; dopo tre anni ce lo vogliamo dire? È stato uno spazio politico, istituzionale e geografico per la messa in opera di una nuova politica economica che non è più quella basata sull’inflazione né quella basata sull’economia del debito, ma quella fondata sull’austerità. Questo ha un’unica conseguenza: l’Unione europea tutta, e in particolare l’eurozona, sono le uniche aree al mondo in recessione per tutto il 2012.

Possibile che sia stato bisogno di portare sull’orlo del fallimento un Paese e di danneggiarne altri tre, Spagna Portogallo e Irlanda, prima di capirlo?

Questa forse è la domanda più importante ed è la questione più controversa. Io non penso siano stati fatti tanto degli errori, perché non è che alla Bundesbank ci sono degli stupidi, ma che sia stata messa in campo una politica precisa, che si sia voluto arrivare a questo risultato per imporre una nuova cultura di politica economica, che non passa più per lo Stato come regolatore dei rapporti sociali, come promotore delle relazioni industriali-economiche ma che passa per uno spazio privato che è tutto da determinare.

La lezione è stata imparata?

No, assolutamente. Ieri i giornali italiani davano la Merkel quasi per finita ma non è vero niente. Se si guardano i sondaggi sul piano nazionale, si vede che se si votasse domani lei stravincerebbe. La Merkel politicamente non è morta. L’unica cosa che può convincere i tedeschi che la ricetta che hanno imposto al resto dell’Europa è sbagliata, è la contrazione della loro economia, che è già in atto: nel 2010 il tasso di crescita tedesco era del 3,6 per cento, nel 2011 del 3 per cento e nel 2012 sarà dello 0,6 per cento, per un fatto molto semplice: l’economia tedesca è forte soprattutto grazie alle esportazioni. Ma la Germania esporta soprattutto nei Paesi dell’Unione europea: è chiaro che se questi sono in recessione, importeranno di meno. E infatti sembra averlo capito anche il Consiglio tedesco degli esperti economici, l’organo tecnico che consiglia governo e parlamento in materia economica, che a novembre ha proposto una misura per uscire dalla crisi del debito sovrano che consiste nella sua mutualizzazione: tutta la parte di debito pubblico eccedente il limite stabilito, uno dei parametri di Maastricht, cioè il 60 per cento del rapporto debito/Pil, viene fatto confluire in un fondo di mutualizzazione e garantito dalla Banca centrale europea.

Cosa succede adesso? La Grecia verrà lasciata fallire e uscire dall’euro?

No, non credo assolutamente. Non glielo permetteranno, in primis perché sarebbe il simbolo del fallimento dell’Ue. Poi perché si teme l’effetto trascinamento. Ma poi se l’Unione europea non è in grado di trovare una soluzione per un Paese che vale il 2 per cento del proprio Pil, chi può credere che l’Ue saprà gestire e risolvere un eventuale fallimento della Spagna? Basta che Draghi venga autorizzato ad alzare il telefono e a garantire per tutto il debito greco e la cosa finisce domani mattina. È un problema di volontà politica.

 

One Response to Crisi euro, il test greco

  1. stefania montini

    17 June 2012 at 21:50

    Problema di volontà politica? Difficile spiegarlo a chi oggi in Grecia soffrendo di cuore per esempio,non riesce a comperarsi le medicine perchè i farmacisti non accettano più le convenzioni del sistema sanitario greco, che non paga. Che sensazione darà morire senza medicine nel 2012 in Europa a causa di una patologia curabilissima?