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Il Destino di Carlos Fuentes

16 May 2012versione stampabile

Fa uno strano effetto leggere oggi “Destino”, l’ultimo romanzo di Carlos Fuentes, uscito in Italia quasi in enigmatica coincidenza con la morte dello scrittore messicano.

Cosa illuminerà il giorno che nasce? Vorrei dare una risposta. Vorrei trovare subito una risposta perché sto perdendo le parole da dire a voi, i sopravvissuti”.

Il testamento di Carlos Fuentes esce dalla voce della testa decapitata di Josué Nadal, un giovane di 27 anni, orfano, e cresciuto sotto l’ala di un misterioso protettore. La testa è tagliata, ma la lingua parla e racconta e ricorda: l’amico Jericò, orfano pure lui, col quale dai tempi della scuola ha stretto amicizia e destino. Insieme hanno progettato il loro futuro, hanno vissuto avventure, condiviso storie d’amore e hanno finito per trovarsi ai due poli opposti del potere messicano: quello politico e quello economico. Nati gemelli come Castore e Polluce si sono ritrovati ad essere Caino e Abele.

La memoria divaga e attraversa i gangli del Messico contemporaneo, quello che Fuentes definiva “lo stato del crimine”. Un mondo di corruzione, di sottomissione, di disperata ricerca di libertà che Josué cerca di capire attraverso lo studio di Macchiavelli, su cui vuole preparare la sua tesi. Libertà e necessità, volontà e fortuna, sono questi per il pensatore fiorentino i fondamenti dello Stato. Ma prima di capire chi sono, Josué e Jericò devono sapere cosa possono essere. E lo fanno zizagando fa Sant’Agostino, Spinoza e Nietzsche, insieme a personaggi emblematici come padre Filopater,

Ma fuori dal mondo dei libri, c’è la realtà gargantuesca di Mexico D.F.: crimini, imprese, potere politico e potere economico, teste mozzate, desideri e necessità.

Un grande libro che chiude un’era, quella di Carlos Fuentes. E a “noi sopravvissuti” dà le chiavi per comprenderla.