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Crisi europea, timori africani

18 May 2012versione stampabile

SEYLLOU/AFP/Getty Images

Alberto Tundo

C’è solo un’altra area del mondo in cui il duo dell’austherity Merkel-Sarozy è stato oggetto di maledizioni e improperi quasi quanto in Europa: quella delle ex colonie francesi dell’Africa centrale e occidentale. Il default ellenico e l’ipotesi d’uscita della Grecia dall’euro, il timore del contagio a Spagna e Portogallo, suscitano preoccupazioni anche laggiù. Ma è soprattutto la debolezza dell’euro nei confronti delle altre valute pesanti a provocare le ansie maggiori. Colpa delle eredità coloniali, più che della globalizzazione. Nei Paesi della Francafrique (14 Paesi più le isole Comore nell’oceano Indiano) la moneta corrente è il franco Cfa, acronimo che un tempo indicava le Colonies Françaises d’Afrique ma che oggi va tradotto con un più presentabile Communauté Financiere Africaine, valuta che dal 1998 è agganciata all’euro, esattamente come in precedenza lo era stata al franco francese. Il calvario della moneta unica europea, quindi, sta provocando forti mal di testa anche alla vecchia “zona franco”. E il risultato è che se l’Africa tutta è in una fase di espansione e crescita economica, tanto che l’Economist nel dicembre 2011 dedicava all’ex “Continente senza speranza” (copertina del maggio 2000) una copertina con lo strillo “Africa Rising”, l’area delle colonie francesi è quella del miracolo al rallentatore: se il Pil dei Paesi africani cresce annualmente tra il 5 e l’11 per cento, nei Paesi che hanno adottato il franco Cfa la media è compresa tra il 2 e il 3 per cento. Nulla di paragonabile alla recessione che affligge quasi tutta l’eurozona, eppure è chiaro che qui la zavorra si chiama euro.

L’origine del franco Cfa risale al 1945, quando la Francia, appena uscita dalla Seconda guerra mondiale, decise di creare una valuta diversa per le proprie colonie, ufficialmente per non gravare, date le disastrose condizioni economiche in cui si trovava, sui suoi satelliti africani. Nella realtà l’obiettivo era proprio il contrario, e infatti la nuova moneta venne ancorata al franco francese, in quel momento quasi senza valore, ma a un tasso di cambio volutamente sopravvalutato. Questo serviva a far affluire nei forzieri di Parigi valuta più pesante del suo franco e a permettere grandi guadagni alle tante imprese francesi che facevano affari esportando manufatti nelle colonie. Da allora il franco Cfa ha subito varie svalutazioni ma sempre quando ciò faceva comodo alla potenza coloniale. Quando la Francia ha abbandonato il franco per entrare nell’euro, è cambiata la valuta d’ancoraggio ma il gioco è continuato. E infatti, il franco Cfa ha fatto da scudo per le compagnie francesi che in questo modo non hanno risentito dell’indebolimento dell’euro sui mercati internazionali. Ma così le ex colonie non sono riuscite a sviluppare gruppi e società in grado di fare concorrenza a quelli francesi. Senza poi contare che i Paesi in cui circola l’ex franco coloniale hanno l’obbligo di depositare presso il Tesoro francese la metà delle proprie riserve in valuta pesante.

Timori di una nuova svalutazione del franco Cfa erano emersi lo scorso novembre: allora si erano diffuse voci circa l’intenzione del presidente Nicholas Sarkozy di imporre un tasso di cambio fissato a 1000 franchi Cfa, invece di 655,95, per euro. Secondo le ricostruzioni apparse su alcuni organi di stampa dell’Africa occidentale, la mossa sarebbe stata dettata nientemeno che dalla cancelliera Angela Merkel, che avrebbe convinto Sarkozy della necessità di mettere in ordine i conti delle ex colonie. Ma il risultato sarebbe stato quello di costringere i Paesi africani a pagare di più per i beni importati dalla Francia e dall’Europa. Il tasso di cambio è rimasto stabile ma le preoccupazioni legate alla performance dell’euro e alle svalutazioni pilotate sono rimaste. Messe nere su bianco nel dossier elaborato nel corso del quinto meeting tra ministri di Economia, Finanze, Pianificazione e Sviluppo dell’Unione africana e della Commissione economica per l’Africa tenutasi ad Addis Abeba a fine marzo. Nel documento, intitolato “The Impact of European Debt Crisis on Africa’s Economy” al punto 17, pagina 5, si legge che la zona del franco Cfa potrebbe risentire della crisi dell’euro più di altre aree del continente e che il deprezzamento dell’euro potrebbe comportare, nel breve periodo, una maggior competitività delle merci provenienti da quei Paesi, ma che a lungo andare si tradurrà in una perdita di valore delle riserve in franchi Cfa. Danni che si aggiungono alla contrazione delle rimesse provenienti dall’Europea, alla riduzione delle importazioni europee di prodotti africani e, verosimilmente, alla riduzione anche degli aiuti economici dell’Ue destinati all’Africa, che attualmente costituiscono il 45 per cento di quanto donato globalmente dall’Unione europea. Per questo, non manca chi sogna una rottura con Parigi e l’euro, un gesto forte come quello del ruandese Paul Kagame, che ruppe con la Francia, sostituì l’inglese al francese come lingua principale e nel 2009 aderì al Commonwealth. Che Kagame agisse per calcoli suoi e ragioni più personali, in pochi lo ricordano.