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Istantanee da Cannes

22 May 2012versione stampabile

Da Cannes,

Troppa carne al fuoco e qualche difetto, ma Elefante Blanco ha il pregio di passare sopra le incongruenze del film. Anzi, il pregio è di Pablo Trapero che ha come marchio di fabbrica un’imperfezione (forse studiata?) compensata dall’urgenza delle storie che racconta e da come le rappresenta.

I film di Trapero non hanno una grande eco in Italia, eppure il regista argentino è invitato quasi ogni anno al Festival di Cannes. L’anno scorso ha portato Carancho, sulle truffe assicurative intorno agli incidenti d’auto e nel 2008 era in concorso con Leonera, struggente mockumentary girato nel carcere femminile di Buenos Aires tra le mamme detenute e i loro piccoli cresciuti in cella. Nelle sale italiane è uscito soltanto Mondo Grua (1999) dopo il premio della critica al Festival di Venezia, documentario in bianco e nero girato in 16 mm tra i lavoratori del porto di Buenos Aires.

Elefante Blanco, ancora una volta con sguardo documentaristico e sociologico, è ambientato nella bidonville de la Vierge nella periferia di Buenos Aires. E’ un film su storie autentiche, ispirate a fatti realmente accaduti in epoche differenti a partire dalla fine degli anni ’60. Julian (Ricardo Darin) è il parroco del quartiere, l’unico che riesce a comunicare e a farsi rispettare dagli abitanti della villa miseria sia per l’aiuto concreto che porta alle famiglie che per l’impegno nel seguire, e mediare con i politici, la costruzione di un palazzo pensato per loro. Ad aiutarlo nel sostegno agli abitanti della bidonville c’è un prete francese Nicolas (Jérémie Renier) sopravvissuto alla strage avvenuta nella giungla da parte dei paramilitari. Oltre a Luciana (Martina Gusman), un’assistente sociale. “Le bidonville rappresentano l’esclusione sociale in tutte le sue forme -spiega Trapero-. In questi quartieri operano delle organizzazioni parallele e accoglienti che tentano di integrare questi abitanti nel sistema sociale della città”. In questo contesto Nicolas e Luciana hanno una storia d’amore che sovverte le regole dell’ordine dei sacerdoti; ma non solo, perchè nel cantiere si trovano dei morti sul lavoro; poi il parroco Julian scopre di essere malato; e nello stesso tempo c’è una retata violentissima con poliziotti in assetto da sommossa contro gli abitanti del quartiere malfamato. Queste sono le troppe cose, su cui Pablo Trapero vorrebbe riflettere. Elefante Blanco, visto nella sezione Un Certain Regard, convince ed emoziona per l’onestà con cui il regista propone certi temi e il fatto di mostrare angoli invisibili come la villa miseria di Buenos Aires con le sue fragili baracche costruite nel fango.

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