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Rapporto Istat 2012, Italia Paese dal sapore medievale

22 May 2012versione stampabile

Luigi Cascone

E’ un Paese immobile e dal sapore medievale quello fotografato dal rapporto Istat 2012. “La classe sociale di origine influisce in misura rilevante sul risultato finale, determinando rilevanti disuguaglianze nelle opportunità offerte agli individui: al netto degli effetti strutturali, tutte le classi (in particolare quelle poste agli estremi della scala sociale) tendono a trattenere al loro interno buona parte dei propri figli e i cambiamenti di classe sono tanto meno frequenti quanto più grande è la distanza che le separa”.

Le disuguaglianze sono profonde e arrivano da lontano.  Le differenze di classe derivano dalla zona geografica di nascita, dal sesso e dalla professione dei genitori. I dati parlano chiaro: solo il 20,3% dei figli degli operai si iscrive all’università, contro il 61,9% dei figli delle classi agiate, mentre il 30% dei figli degli operai non riesce a terminare le scuole superiori contro appena il 6,7% dei figli di dirigenti e liberi professionisti.

L’ascensore sociale è bloccato dagli anni sessanta e la crisi economica non ha fatto che peggiorare la situazione. L’articolo 3 della Costituzione Italiana impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Nel nostro ordinamento questo compito è svolto da scuola, servizi sociali e redistribuzione fiscale. In Italia questi tre meccanismi non funzionano. La scuola riafferma le differenze sociali, il welfare funziona parzialmente al nord (mediamente più benestante) e male al sud e i meccanismi di redistribuzione fiscale premiano i più ricchi. Se da un lato, infatti, le detrazioni Irpef si riducono all’aumentare del reddito, secondo l’Istat “gli abbattimenti e le deduzioni dell’imponibile, invece, favoriscono particolarmente le famiglie ad alto reddito e riducono la progressività”.

La situazione diventa ancora più grave quando si vanno ad analizzare i dati sul capitolo donne e Mezzogiorno. La fotografia delle donne italiane è scoraggiante: il 33,7% non percepisce alcun reddito e vive a carico del marito. Per rendere l’idea della gravità del dato, in Svezia la percentuale è del 4%, mentre in Francia del 10%. Una situazione di dipendenza economica che nell’aspetto qualitativo assume colori da Italia dell’inizio novecento. “Nelle coppie in cui la donna non lavora (30% del totale) è più alta la frequenza dei casi in cui lei non ha accesso al conto corrente (47,1% contro il 28,6% degli uomini), non è libera di spendere per sé stessa (28,3%), non condivide le decisioni importanti con il partner (circa il 20%) e non è titolare dell’abitazione di proprietà”. Per completare il quadro, le mogli separate o divorziate sono più esposte al rischio di povertà a fronte dei mariti nella stessa situazione: 24% contro 15,3%.

Infine, la grande disfatta dei servizi sociali al Sud. In un contesto di gravi difficoltà economiche come quelle nelle quali da sempre vive il mezzogiorno ci si aspetterebbe una maggiore presenza del welfare. Purtroppo non è così. Qualche dato basta a rendere l’idea: “la spesa sociale nel 2009 in seguito alla crisi è diminuita dell’1,5% nel Mezzogiorno, ma è aumentata del 6% nel Nord-Est, del 4,2% nel Nord-Ovest e del 5% al Centro”. Anche a livello comunale, le cose non vanno meglio. In media, un’amministrazione municipale calabrese spende 26 euro a persona in servizi sociali, mentre una della Provincia di Trento 280.