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Cina, la campagna dei 100 giorni

24 May 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

Qualche mese fa, un cittadino italiano ha scoperto all’aeroporto internazionale di Pechino di essere stato per circa un mese clandestino in Cina. Colpa sua: si era completamente dimenticato di rinnovare il visto. Fermato dalla sicurezza mentre stava imbarcandosi per tornare a casa, è stato riportato al check-in, dove il suo biglietto gli è stato strappato sotto il naso. Quindi, i funzionari gli hanno detto di aspettare il proprio bagaglio, che aveva già imbarcato, a una data uscita. Dopo venti minuti circa, è arrivata la borsa e il nostro compatriota è rimasto lì, da solo. Arrangiati.

Il cittadino italiano, che fino a quel momento continuava a pensare “sono nei guai”, si è quindi detto: “Accidenti, se fossi stato un extracomunitario in Italia, mi avrebbero sicuramente cacciato in un Centro di Identificazione ed Espulsione”. È tornato in città e, dopo una giornata di trafile burocratiche senza fine, tra cui una “autocritica” (no, niente cappelli d’asino e percosse, solo un paio di fogli precompilati) e una multa che oltre il decimo giorno di ritardo nel rinnovo del visto diventa forfettaria, ha potuto fare domanda per un nuovo visto di sola uscita. Una decina di giorni dopo è rientrato in Italia, senza essere inserito in nessuna black list che avrebbe pregiudicato il suo ritorno in Cina.

In seguito, ha raccontato più volte quell’esperienza, traendo delle conclusioni tutte sue: “In Cina basta pagare e fare in modo che nessun funzionario si assuma responsabilità che vadano oltre il suo mandato. Dopo di che, tutto si risolve”. Un giorno, un amico avvocato esperto di diritto cinese gli ha fatto notare: “Guarda che tu, agli occhi della Cina, non sei paragonabile a un immigrato senegalese o tunisino in Italia e, soprattutto, il Paese non ha mai avuto problemi di immigrazione dall’estero. Forse un giorno il problema si porrà”.

Oggi è forse giunto quel giorno. Una decina di giorni fa, un cittadino britannico avrebbe cercato di violentare una ragazza cinese a Pechino  – i contorni non sono chiari – e, immediatamente dopo, le autorità hanno lanciato la “campagna dei 100 giorni” per controllare visti e permessi di residenza (un documento che bisogna fare entro 24 ore dal proprio arrivo in Cina) degli stranieri.
Nell’annunciare la campagna, per quanto riguarda Pechino, i media cinesi parlavano di controlli a tappeto nelle zone di Sanlitun – negozi e locali frequentati in gran perte da stranieri – e Wudakou, dove ci sono le maggiori università.

In Occidente si sono immediatamente levati gli scudi contro la “campagna liberticida” cinese, ma come spesso succede, e aveva bene intuito il compatriota costretto all’autocritica, la Cina è lo specchio delle nostre contraddizioni: come la mettiamo con la Bossi-Fini e con i Cie?
A complicare il quadro, ci ha pensato il presentatore televisivo Yang Rui che, nonostante conduca una trasmissione che si chiama “Dialogue” e che punta all’interscambio tra culture, in un post su Weibo (il Twitter cinese) ha definito “pōfù” (泼妇) la giornalista di Al Jazeera Melissa Chan, recentemente espulsa dalla Cina. I media anglofoni hanno immediatamente tradotto come “bitch”, ma Yang ha in seguito precisato che il suo insulto non aveva il connotato sessuale della traduzione inglese, incassando anche il sostegno del Quotidiano del Popolo. Nel suo post su Weibo, per altro, il giornalista invitava l’Ufficio di Pubblica Sicurezza a fare piazza pulita della “spazzatura straniera”, arrestare i “delinquenti stranieri”, smascherare le “spie straniere” e individuare i “ciarlatani stranieri” che vengono in Cina e poi ne parlano male.
La campagna dei 100 giorni ha quindi lasciato gradualmente spazio all’”insulto di Yang” e così, mentre i linguisti discutono se una “pōfù” è una “donnaccia”, una “zoccola” o semplicemente una “megera aggressiva” (tutte traduzioni più o meno valide, per quanto ne può capire chi scrive), si perdono un po’ di vista due problemi tra loro connessi.

Primo. La Cina sta sperimentando per la prima volta una discreta immigrazione dal resto del mondo. Secondo China Daily, più di 54 milioni di stranieri sono arrivati e partiti dal Paese nel 2011, “una cifra che è raddoppiata negli ultimi dieci anni”. I dati del governo ci dicono che sono in aumento i reati commessi da stranieri irregolari, che vengono soprattutto da Africa, Medio Oriente e Sud Est asiatico. Nella maggior parte dei casi si tratta di crimini violenti. Ma anche chi arriva dal cosiddetto mondo “sviluppato”, come dimostra il nostro amico “clandestino per caso”, può finire nei guai.
Secondo. Il nuovo fenomeno dell’immigrazione fa cortocircuito con un sentimento nazionalista che emerge un po’ dappertutto, dal mondo reale a quello virtuale, e che a volte è fomentato a volte controllato dal governo. Può scivolare verso la xenofobia diffusa?
La risposta arriverà nei prossimi mesi, forse anni. Dovrà darla la futura generazione di leader .