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Cina, cercasi ebreo

25 May 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

Nel business cinese, nonostante la campagna contro i “criminali stranieri”, una “faccia bianca” è sempre gradita.
Per chi non conosce la Cina, va fatta una premessa. Se sei fortunato (o forse no, dipende dai  punti di vista), nel Celeste Impero puoi trovare lavoro, precario ma ben retribuito, semplicemente in quanto “white face”: vendi la tua “caucasicità”.

Il businessman bianco, l’architetto bianco, il professore bianco, danno lustro a chi li esibisce; un po’ come accompagnarsi con una donna particolarmente bella per un presidente, che so, francese; o avere una Ferrari maculata per un rampollo di dinastia imprenditoriale dalle abitudini bizzarre. Ma non è solo esibizionismo, una questione estetica che vorrebbe rivelare successo: il bianco che ti accompagna è sinonimo di sofisticatezza, professionalità, stile, guanxi (contatti “giusti”), affidabilità. Il bianco certifica che gli appartamenti che stai vendendo non crolleranno sulla testa di chi li compra: capirai, se c’è qui “lui” che ha costruito il Partenone e l’Empire State Building. Jack, Rodolfo, Gunther, qui di fianco, ti dicono che il corso di direct marketing in cui ti chiedo di investire, ti farà fare un mucchio di soldi: e fa niente se l’Occidente è in crisi nera, il capitalismo l’hanno pur sempre inventato loro, no?
Certo poi, visto che lo paghi, il tuo bianco da compagnia deve fare come dici tu. Quindi, per esempio, l’interior designer italiano ti progetta un negozio di scarpe con sottili pareti divisorie in alabastro e tu invece le fai di plastica gialla, perché tuo nipote ne aveva una partita da un ettaro di cui non sapeva che farsene. Ma intanto, il tuo designer bianco l’hai esibito a mille cene di lavoro e sulla plastica gialla c’è il suo timbro.
Per cui, da anni, nella sfera del business cinese, c’è un vero e proprio mercato delle “facce bianche” (noto tra gli expat come RWG, “Rent a White Guy”).
La novità di cui si parla negli ultimi giorni è che, se i bianchi sono ebrei, tanto meglio.
Ecco una mail di “offerta lavoro” circolata nella comunità anglofona di Pechino e pubblicata su Foreign Policy con l’invito a “contare quante leggi antidiscriminazione violerebbe negli Stati Uniti”.

“Spero che tutto ti stia andando bene. La ragione per cui ti scrivo è che oggi ho avuto un incontro con uno dei miei contatti [omissis] che mi ha chiesto aiuto per trovare persone per un lavoro part-time a Pechino.  Si tratta di gente che opera nel business del [omissis]. Cercano degli americani che facciano da assistenti per incontri con potenziali investitori, e agiscano essenzialmente da “faccia bianca” per dare un po’ più di credibilità al progetto. Il contatto ha detto che ne avrebbe bisogno per circa 3-4 incontri al mese, forse più, forse meno – dipende tutto da come va il business. Naturalmente sarà un lavoro retribuito, ma non ho discusso di alcun importo né dei termini di pagamento, per cui in caso sarai tu a negoziare in prima persona.
Il primo requisito per ottenere il lavoro è che si deve parlare un cinese mandarino di livello avanzato, dal momento che gli incontri saranno tutti con cinesi. Inoltre sono richiesti solo maschi, non femmine. L’altro requisito è che si deve avere una sorta di background che i cinesi in genere apprezzano. Il mio contatto è [omissis] ed è abbastanza ossessionato con il popolo ebraico, dato che pensa sia il più intelligente, così preferisce che il candidato sia ebreo. Se non si riuscisse a trovare qualche ebreo, a lui farebbe piacere anche qualcuno che abbia frequentato una famosa università – Harvard, Yale, ecc. Oltre a queste due caratteristiche, sono sicuro che gli piacerebbe qualcuno che abbia qualche tipo di rapporto con un personaggio famoso o importante, o che magari sia particolarmente alto e bello. Fondamentalmente, è alla ricerca di quelle caratteristiche che di solito impressionano i cinesi. Naturalmente non sarebbe male se questa persona fosse di bell’aspetto, con bei vestiti, ecc. Penso che tu abbia capito”.

Insomma, nonostante le segnalazioni di xenofobia in aumento sul suolo cinese, è bello sapere che a Pechino c’è ancora del lavoro part-time disponibile per un maschio alto, bianco, ebreo, educato a Harvard e fluente in mandarino.
Bill Bishop (@niubi su Twitter), un businessman statunitense che da anni vive in Cina e che nella comunità degli stranieri è una specie di punto di riferimento per news e commenti sul Dragone, vede in questa richiesta una componente di “inconsapevole antisemitismo”. In sostanza, i cinesi apprezzerebbero gli ebrei in quanto avrebbero recepito lo stereotipo che descrive questi ultimi come gente che “dà grande valore alla famiglia, all’educazione e ai soldi, proprio come i Cinesi. In effetti – continua Bishop – alcuni dei miei amici dicono che se le loro figlie dovessero sposare uno straniero, loro vorrebbero che fosse ebreo. Come ben sa chiunque abbia vissuto in Cina, i cinesi sono sempre molto disponibili a discutere di altre razze e religioni, a volte in senso peggiorativo, a volte no”.