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Nepal, rischio balcanizzazione

28 May 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia

Parola chiave: federalismo. Data da ricordare: 22 novembre. Sono questi i due punti di riferimento, gli unici elementi stabili, per comprendere la crisi nepalese.

PRAKASH MATHEMA/AFP/GettyImages

L’assemblea costituente di Katmandu si è infatti sciolta dopo non essere riuscita a rispettare la deadline della mezzanotte di domenica per vergare la nuova carta federalista. Il 22 novembre ci saranno nuove elezioni, ma alcuni partiti hanno abbandonato il parlamento prima che il governo dominato dal Partito maoista, quello maggioritario, prendesse la decisione ufficiale: “Ma che elezioni?”, si chiedono. Di fatto la costituzione a interim, quella in vigore, non prevede la possibilità per l’assemblea costituente – che fu eletta con mandato di due anni nel 2008 e successivamente prorogata quattro volte – di indire elezioni. I maoisti, guidati dall’attuale premier Baburam Bhattarai, pensano di poterla emendare. Grande confusione sotto il sole himalayano.

La chiamata a una nuova tornata elettorale appare come l’escamotage, la via d’uscita, per evitare un’altra stagione di disordini dopo la fine della guerriglia maoista nel 2006 e l’abolizione della monarchia nel 2008. Fazioni pro e contro la divisione del Paese lungo linee etniche si sono scontrate con la polizia davanti al parlamento proprio domenica.
Sul principio federalista i quattro maggiori partiti sembrano essere d’accordo. Per anni, i maoisti hanno proclamato di combattere proprio per dare rappresentatività a tutti i gruppi etnici esclusi dalla vita politica. Sono i confini, la forma e soprattutto il numero dei futuri Stati a creare il caos. Trasversale a questo, c’è il problema delle caste, con i partiti che rappresentano i janajati (le 61 popolazioni indigene) e i nepalesi della caste superiori ai ferri corti.

Per il momento, a parte alcune voci fuori dal coro, nessuno sembra porsi il problema di come mantenere un apparato burocratico che, se la repubblica federale avrà come sembra 10 o 11 province (o Stati), vedrà un proliferare di governi provinciali, assemblee legislative e Corti, con annessi e connessi (attualmente il Paese è suddiviso in 14 zone e 75 distretti, raggruppati in cinque regioni di sviluppo).
Il Nepal è povero, con una crescita che si aggira attorno al 3 per cento: poco per un’area di mondo dominata da Cina e India, che hanno tassi di incremento del Pil molto più alti. La condizione geografica appetibile – in Nepal nascono molti affluenti dei maggiori fiumi himalayani – sommata alle divisioni etniche, potrebbe favorire la spinta centrifuga verso i giganti limitrofi. Questo è uno scenario temuto soprattutto dai bramini, la upper class che si oppone allo schema federalista.
Due diplomatici nepalesi con un passato alle Nazioni Unite, Sharma Murari e Bhagirath Basnet, hanno di recente espresso le proprie preoccupazioni in un articolo a quattro mani, sostenendo che le rivendicazioni territoriali dei vari gruppi etnici “potrebbero attirare gli stessi orrori della Jugoslavia e del Ruanda”.

Il Nepal è prevalentemente rurale e in quasi tutti i villaggi le etnie si mischiano e confondono, parlando per altro lingue e dialetti differenti. Il nepalese è l’unica lingua comune.
Le religioni sono un ulteriore elemento di complessità, anche se l’80 per cento dei 29 milioni di nepalesi è indù. Ci sono parecchie perplessità verso la proposta di trasformare il Paese in una nazione laica, come la vicina India, dove le tensioni religiose non sono certo scomparse dopo la scissione del Pakistan nel 1947.
Infine, l’ulteriore controversia è legata alla forma di governo: un presidente eletto direttamente (come in Francia) o un Primo ministro con poteri esecutivi scelto dal parlamento?

Tra le forze in campo non mancano i nostalgici della vecchia monarchia, convinti che il re fosse il solo elemento di unità e armonia in un Paese così complesso. Lo sostiene Kamal Thapa, che guida l’unico partito monarchico, con quattro seggi dell’assemblea costituente. Secondo lui, un referendum libero e imparziale dimostrerebbe che tale è anche il parere della maggioranza dei nepalesi.

Dopo gli incidenti di ieri – 3 poliziotti e un numero non precisato di dimostranti feriti – a Katmandu si vociferava di un coprifuoco che poi non è stato proclamato, anche se la polizia “invitava” i turisti a rientrare nei propri alloggi. Al momento sembra tutto calmo e nelle strade si circola tranquillamente. Dalla capitale nepalese ci dicono che la gente sembra più preoccupata dai continui scioperi che rallentano e rendono scomoda la vita quotidiana. La costituzione, forse, può attendere.