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Cina, Tiananmen: il massacro poteva essere evitato

29 May 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

“Una tragedia deplorevole, che poteva essere evitata”. Così Chen Xitong – sindaco di Pechino ai tempi del massacro di Tiananmen – parla oggi dell’evento che mise fine alla primavera degli studenti cinesi, il 4 giugno del 1989. Lui è considerato uno dei falchi che diedero a Deng Xiaoping informazioni tendenziose per indurlo a proclamare lo stato d’emergenza, a deporre il segretario generale del Partito Zhao Ziyang – che simpatizzava per la piazza – e a usare l’esercito per reprimere il movimento. Oggi minimizza il proprio ruolo.

LAURENT FIEVET/AFP/GettyImages

L’81enne Chen ritorna su quei fatti alla vigilia dell’ennesimo anniversario (il 23esimo) dell’”incidente” in cui morirono centinaia, forse migliaia, di persone. La fa in un libro pubblicato a Hong Kong, una raccolta di dialoghi tra lui e lo studioso Yao Jianfu, in cui sostiene che ai tempi sapeva poco delle decisioni prese dietro le quinte e che non faceva che eseguire gli ordini.

Dopo la vicenda, Chen fu promosso segretario del partito a Pechino e membro del Politburo, ma nel 1995 cadde in disgrazia per uno scandalo che lo vide coinvolto in un episodio di corruzione da 2,2 miliardi di dollari, con contorno di amanti e ville segrete. Nel 1998 fu condannato a 16 anni di carcere, nella più spettacolare caduta di un alto funzionario del Partito Comunista prima del caso Bo Xilai (a queste due, affianchiamo la vicenda dell’ex sindaco e segretario del Partito di Shanghai, Chen Liangyu, rimosso nel 2006 e poi condannato a 18 anni di prigione per appropriazione indebita).  Detenuto nella prigione di Qingcheng, dove paradossalmente anche molti leader del movimento 4 giugno sono stati reclusi, fu rilasciato nel 2006 per motivi di salute.

Oggi Chen inanella una serie di affermazioni che rivelano, oltre al tentativo di sminuire il proprio ruolo, le difficoltà del vecchio establishment cinese di fare i conti con la propria storia.
“Nessuno avrebbe dovuto morire, se [la situazione] fosse stata gestita correttamente”, dice. E ancora: “Diverse centinaia di persone sono morte quel giorno. In qualità di sindaco, mi dispiaceva. Speravo che avremmo potuto tranquillamente risolvere il caso. Molte cose non sono ancora chiare, ma credo che un giorno la verità verrà fuori”.

L’anziano ex dirigente fa affidamento su una stagione di aperture, nonostante il Partito abbia ormai dichiarato chiuso il caso Tiananmen, per non minare l’unità interna: “Io credo che un giorno il Partito declassificherà tutti i documenti e la storia darà un giudizio più equo su Deng Xiaoping, Li Peng e Zhao Ziyang”, dice. “Credo sia solo una questione di tempo. Dato che il nostro Paese è sempre più forte, dovremmo avere un sistema più democratico. [Il premier] Wen Jiabao ha detto in molte occasioni che abbiamo bisogno di riforme politiche.[…] Dobbiamo farle passo dopo passo. […] Un giorno, le cose inique e ingiuste saranno raddrizzate”.

L’ex sindaco di Pechino può essere giudicato una mina vagante che, per età e vicende politico-personali, è fuori dai giochi e può permettersi di dire ciò che vuole. Ma non è un caso il suo riferimento a Wen Jiabao, che si dice stia spingendo, negli ultimi mesi del suo mandato, verso l’avvio del processo di riabilitazione del movimento di piazza Tiananmen.
Sarà indubbiamente un percorso lungo. Ma una riscrittura dei fatti è probabilmente nelle cose, anche se sicuramente non come ce l’aspettiamo noi occidentali, nella forma di una cesura storica.
Si tratterà verosimilmente di un lento processo di insediamento ai vertici della stessa generazione che fece Tiananmen (di quelli che non si sono bruciati con quegli eventi): i ventenni del 1989, cinquantenni nel 2020. E allora una riscrittura di quel movimento sarà semplicemente “nelle cose”.