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Cina, colonia Pechino

31 May 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

“Pechino vizia gli stranieri”. Il verbo è nì’ài (溺爱) e contiene il carattere dell’indulgenza e quello dell’amore, è lo stesso termine utilizzato per identificare l’affetto eccessivo con cui quattro nonni e due genitori circondano i figli unici.
Lei è convinta che sia così. È una pechinese colta, conosce molti stranieri . Per lei la colpa non è tanto dei laowai. La colpa è della sua città.
“Qui hanno begli appartamenti, l’ayí (donna delle pulizie), la vita non è cara. Poi tornano a casa e non è lo stesso”.

MARK RALSTON/AFP/Getty Images

Quindi, se gli stranieri “non si sanno comportare”, non è del tutto colpa loro.
“Dieci anni fa c’erano molti più stranieri che conoscevano la cultura cinese, si interessavano alla storia della Cina e alle sue tradizioni. Adesso molti vengono qui solo per il business. Qualcuno non ci prova neanche a imparare il cinese”.

È normale no?, ribatto. La Cina adesso offre opportunità come gli Stati Uniti di cent’anni fa. La gente viene qui. Da che mondo è mondo, l’uomo si è sempre spostato per cercare luoghi dove vivere meglio. Che fossero perseguitati politici o religiosi, o semplicemente poveri, è andata proprio così. Anche i cinesi hanno fatto lo stesso, basti pensare ai lavoratori della ferrovia negli Stati Uniti, o alle nostre Chinatown di Milano e Prato. In tempi di globalizzazione, poi, le migrazioni di forza lavoro sono la normalità.

Riflette, annuisce, ma non sembra del tutto convinta. C’è questa faccenda del “sapersi comportare” che rimanda a un non detto profondo. Certo, anche dalle nostre parti c’è chi dice che gli immigrati “non si sanno comportare”, ma qui è diverso. Fa un gesto inequivocabile, che significa “puzza sotto il naso”, boria. Noi non lo faremmo mai riferendoci a un immigrato nordafricano o sudamericano.
Pensi che i laowai abbiano un atteggiamento colonialista?, azzardo.
Si illumina e precisa: “Neocolonialismo, non colonialismo”.

Che gli stranieri in Cina abbiano finora goduto di parecchi benefici, è indubbio. Che i cinesi siano pronti a scattare come molle appena sentono puzza di un “colonialismo” associato a quei tipi con i nasi lunghi e i peli in faccia, è altrettanto indubbio. E fa niente se ultimamente c’è chi viene in Cina perché a casa sua non trova lavoro: dal Sudest Asiatico, dal Medio Oriente e dall’Africa, ma sempre più anche dalla vecchia, scalcinata Europa.
L’anticolonialismo, coltivato prima dalla repubblica di Sun Yat-sen, poi dai regimi nazionalista e quindi comunista, è un sentimento profondo che, cavalcando una sorta di “psicosi degli assediati”, sfocia spesso nel suo contrario: un atteggiamento aggressivo verso l’esterno.
“Laowarrr’”, ringhia il guidatore di triciclo a motore con la tipica “r” arrotondata dei pechinesi, mentre ti sfiora nel vicolo.

“Quasi nessun intellettuale cinese, anche dissidente, si pone il problema del Tibet o dello Xinjiang”, mi dice una studiosa europea che vive da tanti anni in Cina. Criticano il governo, puntano il dito contro le diseguaglianze sociali, ironizzano sul fatto che il prossimo cambio di leadership sarà semplicemente una lucidata alla carrozzeria, ma le minoranze semplicemente non sono un problema.
All’origine, c’è una narrazione che ha attraversato un secolo, sempre uguale a se stessa: se i tibetani o gli uiguri si ribellano, è perché sono manovrati da forze occulte straniere. Il nemico esterno, dovremmo saperne qualcosa. E così la narrazione anticolonialista si trasforma in nazionalismo.
Le tutto sommato “normali” (considerando identiche politiche europee arrivate ben prima) politiche sull’immigrazione – gestione dei flussi, controllo dei visti – assumono i connotati di una “campagna dei 100 giorni”, di un proclama. C’è una corda profonda da far risuonare.

L’impressione è che lo status di grande potenza non si sia ancora trasferito nell’immaginario collettivo dei cinesi. Calcisticamente parlando, sono come una grande squadra che gioca con mentalità da provinciale. Noi italiani, così avvezzi a catenaccio e contropiede, dovremmo capirlo. Forse è anche così che si vince. Ma genera stress.
Nel 2008, ai tempi dell’ultima rivolta tibetana, o nel 2009, nei giorni dei disordini nello Xinjiang, la censura ebbe il suo bel daffare a cancellare dai social network messaggi che incitavano al massacro di tibetani e uiguri. Con il nazionalismo, che si nutre di retorica anticolonialista anche quando le colonie non ci sono più, si sta sempre su una corda sospesa.