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Egitto, cronaca di una giornata particolare

3 June 2012versione stampabile

Costanza Spocci
dal Cairo

La giornata del processo a Mubarak inizia con una mattinata di sole cocente all’Accademia di Polizia di New Cairo, un enorme edificio con una scritta in stile hollywoodiano “Police Academy” che spunta nel bel mezzo del deserto. Gli imputati: Hosni Mubarak e i suoi due figli, il Ministro degli Interni Habib al-Adly e altri sei ufficiali sempre del Ministero degli Interni.

Fuori, ad aspettare la sentenza, ci sono sia i sostenitori dell’ex rais, sia coloro che più di un anno fa hanno fatto in modo che il suo regime finisse. I due gruppi sono tenuti lontani da transenne e da un nugolo nero di poliziotti in tenuta anti-sommossa che piantonano tutto l’edificio.

L'arrivo di Mubarak in aula - Getty Images

 

Khalid Ghanemi, buisnessman di quarantatré anni, è lì per sostenere il suo ex-presidente. “Sono qui perché voglio dargli il mio supporto. E’ una brava persona” dice a fianco della moglie che, come molte altre persone, ha in mano un cartellone con la foto di Mubarak. “Spero che non lo accusino, è una persona anziana. Dovrebbe passare la sua vecchiaia a casa”. Khalid però aggiunge “se dovesse essere prosciolto, non voglio che torni in carica. Il prossimo presidente egiziano sarà scelto dagli egiziani e non importa chi sarà. Io ho la mia preferenza, ma anche se dovesse vincere Mursi, rispetterò il risultato elettorale”. Tra i sostenitori dell’ex raìs, in tutto ci saranno a malapena un centinaio di persone.

Quando il processo inizia, tutti, poliziotti compresi, sono attaccati agli auricolari e alle radio in attesa della sentenza. A duecento metri dalle prime transenne, e al di là di un migliaio di poliziotti disposti a quadrato, c’è l’ala sinistra di quelli che invece vedono Hosni Mubarak, ma soprattutto il Ministero dell’Interno, come i principali responsabili della morte dei loro figli, amici e fratelli. Da questa parte i numeri sono più grandi, all’incirca trecento. In fondo allo spiazzo in cui le persone sono raggruppate, c’è un camioncino bianco che trasmette il processo in diretta con gli altoparlanti. Una trentina di persone sono lì intorno accalcate.

C’è chi si sporge sul cofano, chi spunta da dentro, chi è seduto sul tetto. Il silenzio è carico d’attesa, come se le onde radio avessero rapito e ipnotizzato tutti. La sentenza arriva: quando il giudice Ahmed Refaat si pronuncia per i venticinque anni di carcere a Hosni Mubarak, scoppia un boato. Tutti alzano le mani al cielo e saltano, si abbracciano e urlano che Allah è grande. In molti corrono da una parte all’altra delle transenne sotto lo sguardo della Polizia, cantando le canzoni della rivoluzione. In tanti piangono. Anche i giornalisti e fotografi egiziani che cercano di coprire l’evento – tutti non al di là della trentina – sono visibilmente commossi.

Un signore anziano fa segno che non può parlare, a forza di urlare è rimasto senza voce. A ruota, ne seguono tanti altri, ma gli slogan contro Mubarak e Shafik, ex-Primo Ministro di Mubarak e candidato in lizza per il secondo turno alle presidenziali, continuano. Passati all’incirca i primi venti minuti, la sensazione di euforia lascia spazio alla rabbia. In mezzo ai festeggiamenti spuntano diversi cartelloni, foto e striscioni su cui sono rappresentati ragazzi e ragazze uccisi nell’ultimo anno e mezzo dalle forze di polizia. I martiri della rivoluzione. Le persone con le lacrime agli occhi si fanno sempre più frequenti, come una ragazza che piange premendo stretto lo striscione con la foto del fratello contro il viso. Molti padri si piazzano con i cartelli dei loro figli davanti alle telecamere e gridano per condannare la sentenza. Un ragazzo fa roteare nell’aria il cappio di un patibolo artigianale.

“Venticinque anni. Non è abbastanza per tutto quello che è successo. Sono davvero triste, come potrei essere felice con una sentenza del genere?” commenta Rihe, una ragazza minuta di diciannove anni che fa spuntare i suoi occhi dalla kefia con cui si è coperta il volto. “Guardali – dice indicando i poliziotti – fanno sempre così”. In quel momento la polizia rompe i ranghi e accenna ad avanzare oltre le transenne. Non amano lasciarsi provocare. L’ “ala anti-Mubarak” deve allontanarsi di corsa e ripararsi dietro la linea delle telecamere. Cresce la tensione, ma c’è anche chi non si muove di un millimetro e fa da barriera contro i poliziotti. Per altre due volte la Polizia avanza. Poi finalmente rientra e si riposiziona dietro le transenne. Dopo le sventate cariche, gli slogan contro Shafik si intensificano.

Un gruppetto di quindici poliziotti armati di sorrisi sornioni ammettono che anche loro sono contenti che Mubarak abbia preso i venticinque anni di condanna. Addirittura uno si sbilancia e ad alta voce aggiunge: “Mubarak è un cane”. Solo il suo vicino scuote la testa. Su quindici, è l’unico a sostenerlo ancora. “Questo processo è una telenovela” sostiene Karim, ventidue anni e studente di economia e commercio “Mubarak sarebbe dovuto morire e gli altri ufficiali dovevano essere tutti condannati”. “Condanna a morte o no” interviene Adam, diciannove anni, “quello che mi fa più rabbia è che di fatto gente come Ahmed Ramzy – a capo delle Forze Centrali di Sicurezza, ossia della Polizia dispiegata durante le manifestazioni – e Ismail al-Shaer – capo della Sicurezza del Cairo – siano stati prosciolti…lo SCAF è come Mubarak”. Entrambi salutano “oggi tutti a Tahrir, ci vediamo lì!”

Siamo una mano sola

Già alle due di pomeriggio Piazza Tahrir conta un centinaio di persone. Il traffico è deviato dai manifestanti e della vernice rossa è sparsa per strada, alternata a cartelli con impronte di mani grondanti della stessa vernice, a simboleggiare che gli ufficiali prosciolti sono quelli che più si sono macchiati le mani di sangue. Su Twitter l’appuntamento viene dato alle cinque di pomeriggio. Le adesioni aumentano: i supporters di  Sabbahi – i primi a scendere in piazza nei giorni scorsi – e di Foutouh, poi i ragazzi del movimento Sei Aprile e addirittura i Fratelli Musulmani, che non si lasciano scappare una simile occasione a due settimane dal secondo turno. Anche El Baradei commenta online il verdetto, ma @TheMiinz, una blogger ventenne molto seguita su Twitter, lo rimette subito a sedere: “@ElBaradei perché invece di postare tweet non scendi in piazza?”.

Intorno alle sei Tahrir è già piena. C’erano più persone alla miliuneia, la manifestazione da un milione di persone indetta il 20 aprile scorso da tutte le forze politiche anti-regime, ma allora i manifestanti erano tutti divisi nei diversi palchi che erano spuntati sulla piazza, da cui ognuno dei movimenti o dei partiti faceva il proprio comizio ai suoi futuri elettori (o ai futuri boicottatori del voto).

Ieri invece, nonostante le divisioni seguite ai risultati del primo turno elettorale, per la prima volta dopo tanto tempo tutta l’opposizione al vecchio regime è di nuovo in piazza, compatta e in un atteggiamento di dialogo e confronto, rendendo Tahrir un eccezionale laboratorio politico. “We are one hand” è lo slogan più forte che fa tremare Tahrir. “Oggi vogliamo tutti la stessa cosa” dice Ahmed “vogliamo giustizia, che i responsabili dei morti della rivoluzione non riprendano i loro posti di potere”.

Tutti i candidati anti-regime fanno la loro comparsa. Sabbahi è il più acclamato. Fa tre volte il giro della piazza portato in spalla dalle persone, ed è quello che si ferma anche di più, rimettendoci in uno svenimento per la ressa e finendo al Pronto Soccorso per una caduta. Mursi invece se ne va con la velocità con cui è arrivato, nonostante molti sostenitori degli Ikhwan lo abbiano aspettato per più di un’ora, disposti a corridoio umano per farlo entrare in Piazza.

Nihra, ventiquattro anni e laureata in ortodonzia, è protetta dalla calca da un recinto umano, insieme a molte altre donne e ragazze. Uomini e ragazzi che tenendosi per mano hanno creato un cerchio per proteggerle dalla ressa, dove solitamente in molti ne approfittano anche per allungare le mani. Con le dita scandisce per punti il perché tante persone sono tornate in piazza: “Quello che oggi chiediamo è chiaro: uno, giustizia: i sei ufficiali prosciolti oggi non devono restare impuniti e non devono riprendere i loro vecchi posti; due, libertà di poterci esprimere e di poter lavorare senza dover passare per raccomandazioni; tre, che Shafik venga estromesso dalla corsa elettorale”.

Trecento metri più in là c’è un altro cerchio umano. Dentro, la ricostruzione di un cimitero con quattro tombe per ricordare i morti della rivoluzione. La maggior parte delle persone presenti ha perso qualcuno negli scontri dell’ultimo anno e mezzo e il verdetto di ieri non è di certo servito a placare la rabbia contro la manifesta impunità delle istituzioni militari e della polizia.

A Mohammed Mahmood, una via adiacente a Piazza Tahrir in cui molte persone sono morte durante gli scontri con la polizia a Novembre, gli Ultras danno spettacolo facendo tremare l’aria con tamburi e slogan contro Shafik e il Generale Tantawi a capo dello SCAF – il consiglio di militari che fino al 30 giugno continuerà a guidare l’Egitto – mentre striscioni elettorali di Shafik prendono fuoco.

La manifestazione si è dispersa in tarda serata in mezzo a molte discussioni di confronto e ad alcuni problemi legati alle molestie sessuali che, nota dolente, sono state una costante. Anche sulla metro e sulla via verso casa ognuno ha continuato a dire la sua. In molti sostengono di essere pronti a tornare a Tahrir nei prossimi giorni.

Il dato più interessante emerso dall’intera giornata di ieri, è che la base dell’opposizione al vecchio regime si è trovata di nuovo in piazza a dialogare, al di là dei candidati per cui ognuno abbia dato il suo voto al primo turno.

Un atteggiamento di confronto che ha evidentemente impaurito Shafik, il quale stamattina ha annunciato di essere il nuovo candidato della rivoluzione, accusando i Fratelli Musulmani di essere esponenti del vecchio regime. Un repentino ribaltamento dei ruoli che si può notare anche suoi nuovi poster della campagna elettorale per il secondo turno: uno Shafik di tre-quarti in giacca e cravatta, l’abito degno di un civile che fa politica, con alle spalle un’immagine dei manifestanti in piazza Tahrir.

L’ autoproclamatosi neo-padrino della rivoluzione però non si è limitato a questo. Ha dichiarato che quella di ieri è stata una manifestazione del vecchio regime, ovvero una manifestazione indetta dai Fratelli Musulmani, cercando di far passare in secondo piano la complessa variegata composizione politica che invece ha reso meravigliosa la Tahrir di ieri sera.