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Tiananmen 23 anni dopo: fascette rosse e ipotesi di riabilitazione

4 June 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

Uomini anziani, soprattutto, per le strade di Pechino. Ma non solo: anche donne e giovani che sembrano appena usciti da scuola. Tutti con una fascetta rossa al braccio che riporta con precisione bilingue (cinese e inglese) la loro qualifica odierna: “Volontario della sicurezza”. Girano negli hutong tra altri anziani che giocano a domino o mahjong, oppure stanno semplicemente seduti sulla porta di casa. Guardano.

Ed Jones/AFP/Getty Images

Oggi è il 4 giugno, 23esimo anniversario del massacro degli studenti cinesi. Le autorità di Pechino hanno chiesto di vigilare: la sorveglianza è stata aumentata nei campus universitari, nei quartieri dello shopping e in altri “luoghi sensibili”, per controllare noti dissidenti e altri “sobillatori”.
Come ogni anno qualcuno manifesta a Hong Kong e le “Madri di Tiananmen” – un gruppo informale, non un’associazione – scrivono una lettera aperta in cui fanno sempre le stesse tre richieste inascoltate: l’apertura di un’inchiesta e la riabilitazione del movimento; la pubblicazione dei nomi delle vittime; un’indagine sui responsabili della strage.

Di recente sono proprio circolate voci su un processo di riabilitazione, per ora sottotraccia, a cui starebbe dando impulso lo stesso premier Wen Jiabao.
Il sindaco di Pechino ai tempi della strage, Chen Xitong, si è appena discolpato in un libro andato in tutte le librerie di Hong Kong (non nella Cina continentale): ha puntato invece l’indice contro il premier di allora, Li Peng.
Dalle province del Guangdong, Guizhou e Fujian, giunge la notizia che nei mesi scorsi gruppi di persone, soprattutto ultrasessantenni, hanno manifestato per chiedere la riscrittura della storia.

Tutti anziani, tutti vecchi, tutta gente fuori dai giochi o che lo sarà tra poco. Sia quelli che sorvegliano, sia quelli che rimuovono, sia quelli che ricordano.

La celebrazione, come al solito, riguarda più gli occidentali che i cinesi. Qui bisogna evitare il caos, così come, 23 anni fa la repressione violenta di un movimento – le stime dei morti vanno da duecento a duemila – servì, nelle intenzioni dei leader e nella lettura che ancora oggi va per la maggiore, a non far sprofondare la Cina nella stessa anarchia che distrusse l’Unione Sovietica, ne provocò lo smembramento, la mise alla mercé dell’Occidente e degli oligarchi. Curioso: proprio nei giorni di Tiananmen, Gorbaciov era a Pechino in visita ufficiale. Per non fargli incontrare gli studenti che occupavano la piazza, lo fecero entrare all’Assemblea del popolo per la porta di servizio. Oggi arriva in pompa magna Putin, novello zar di una Russia risorta dalle proprie ceneri, e in una Cina che non è più quella di allora.

Mentre i media ufficiali rimuovono da 23 anni l’evento, passato agli atti come “ribellione controrivoluzionaria”, ai vertici del potere cinese Tiananmen potrebbe essere rispolverata solo nel quadro dell’attuale ricambio generazionale e a porte (tante) chiuse.
Così, gli analisti più sottili – il che non significa necessariamente più veritieri – vedono nella recente caduta di Bo Xilai l’inizio della fine per i principini figli dei “falchi di Tiananmen”: il padre dell’ex leader di Chongqing era infatti Bo Yibo, uno degli “otto immortali” del potere maoista su cui gravarono le decisioni della primavera ’89.
E nel protagonismo a 360 gradi di Wen Jiabao, c’è chi legge invece il trionfo finale di quell’ometto ancora giovane che in una famosa foto compariva alle spalle del segretario del Partito di allora, Zhao Ziyang, in quella piazza, tra quegli studenti con cui simpatizzava.
Si tratterebbe insomma della solita Cina che esprime “divergenze con il compagno Togliatti” per mandarla a dire a Stalin (parlare a nuora perché suocera intenda): il Dragone che nella sovrapposizione sottotraccia di confucianesimo e leninismo fa ricadere sui figli le colpe dei padri o rende omaggio ad antenato politico per interposto erede. E così pilota riforme e rivoluzioni politiche.
Ipotesi suggestiva, ma nulla più. Per ora.