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Turchia, la lotta per l’aborto

4 June 2012versione stampabile

Christian Elia

”Mio il corpo, mia la scelta”. Le donne turche lo hanno gridato forte, in piazza, a Istanbul ieri, 3 giugno 2012. Obiettivo della protesta la volontà del governo del premier Recep Tayyip Erdoğan di modificare la legge sull’aborto in Turchia.

la manifestazione delle donne a Istanbul - BULENT KILIC/AFP/GettyImages

Almeno 4mila persone hanno preso parte al corteo, per le strade del distretto di Kadikoy – per urlare il proprio no alla modifica di una norma che tutela – fino alla decima settimana dal concepimento – il diritto a interrompere la gravidanza. Il ministro della Sanità turco, Recep Akdag, ha annunciato però che una revisione della legge sarà sottoposto al Parlamento, per rivedere la norma del 1983. Manca il testo da discutere, ma si vocifera che il limite massimo verrà ridotto a quattro settimane.

“Non vi è differenza tra l’uccisione di un bambino ancora nella pancia della madre, e l’uccisione di un bambino dopo la sua nascita. L’aborto e i cesarei sono piani segreti per fermare la crescita della Turchia”, ha dichiarato Erdogan, ma non è mai stato un mistero la sua posizione sulla questione. Ne lo è la posizione del suo partito, da sempre su una linea confessionale. Il meccanismo, però, in tutti questi anni di potere da parte di Erdogan e dei suoi ha funzionato su un modello di società che non mettesse mai in discussione i principi del laicismo sui quali è stato edificato lo stato turco moderno.

Per intenderci, una religiosità privata, un laicismo pubblico. Il tema è spinoso, rischia di mettere in crisi l’equilibrio dei poteri tra laici (esercito in testa) e religiosi. Con invasioni di campo che fino a ora sono state accuratamente evitate. Lo stesso ministro Akdag, in un’intervista, ha definito ‘innaturale’ il parto cesareo, minacciando sanzioni per le cliniche che praticano questa tecnica e, a chi chiedeva cosa ne pensava delle gravidanze generate da un stupro, rispondeva:”Le donne che hanno subito uno stupro dovrebbero lasciare che lo Stato si prenda cura del piccolo”.

Tugba Ozay Baki, leader del collettivo femminista di Istanbul, ha annunciato una mobilitazione nazionale per impedire il cambio della normativa. ”E’ una follia, personaggi di dubbia reputazione inizierebbero a far soldi illegalmente”, ha spiegato Baki. Secondo le associazioni femministe, prima della legalizzazione dell’aborto 250 gravidanze su 10mila terminavano con la morte della madre che tentava di abortire utilizzando tecniche non convenzionali. Il dibattito si annuncia ad alta tensione, coinvolgendo la visione stessa dello Stato che le due anime della società turca si trovano a desiderare.