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Cina e Giappone fanno a meno del dollaro

5 June 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino

AFP/Getty Images

Per risollevare l’economia stagnante, che nei primi 4 mesi dell’anno ha registrato “solo” un +8,1 per cento, le autorità di Pechino hanno infatti deciso di lanciare un pacchetto di stimoli previsto per agosto o settembre: una mossa simile a quella del 2008, in piena crisi finanziaria globale, ma profondamente diversa per natura e destinazione dei finanziamenti in arrivo. Lo Stato ci metterà infatti meno del suo – nel 2008 furono 4mila miliardi di yuan (586 miliardi di dollari), oggi se ne prevedono mille – e aprirà invece le porte agli investimenti privati in settori strategici come quelli dell’energia e delle utility. E soprattutto, i soldi saranno veicolati in buona parte verso quelle eccellenze che permetteranno alla Cina di competere sempre più a livello qualitativo (non solo sul piano dei costi bassi): secondo quanto stabilito dal consiglio di Stato (cioè il governo) e riportato dall’agenzia ufficiale Xinhua, si tratta di “efficienza energetica e protezione ambientale, information technology, biologia, produzione di apparecchiature avanzate, nuove fonti energetiche, nuovi materiali, veicoli a energia alternativa”.
È il segno di un Dragone diverso, rispetto a quello che quattro anni fa puntò tutto su costruzioni e infrastrutture per fare fronte alla crisi internazionale. Oggi c’è meno bisogno di dare lavoro a un esercito industriale di riserva di milioni di migranti non qualificati e soprattutto bisogna calibrare bene gli investimenti per evitare il prodursi di bolle, come quella immobiliare, in buona parte figlia proprio del pacchetto del 2008.

Nel frattempo – e qui veniamo alla grande novità su scala globale – la Cina stringe con il Giappone uno di quei patti destinati a cambiare il volto del commercio internazionale. Da venerdì 1 giugno, i due Paesi cominceranno infatti a scambiarsi beni e servizi direttamente in yuan (cinesi) e yen (giapponesi). Il che significa, senza passare dal dollaro. Per il Dragone, è l’ennesima tappa di una “lunga marcia” verso l’emancipazione dalla valuta Usa, una sorta di politica monetaria anti-imperialista, che si propone almeno scopi: diversificare la valuta di riserva presente nelle casse di Pechino; dare allo yuan nuovo status internazionale. L’intento appare chiaro: la Cina non vuole più che la propria ricchezza dipenda da decisioni di politica monetaria prese a Washington.

Tokyo non può dirlo ad alta voce, ma probabilmente coltiva desideri analoghi. Nonostante le inimicizie, la Cina è diventata da tempo il principale partner commerciale del Giappone. Il totale degli scambi tra i due Paesi ha raggiunto 27.500 miliardi di yen (28 miliardi di euro) nel 2011 e la Cina rappresenta ormai il 10 per cento del pil mondiale e circa il 9 per cento del commercio internazionale.
Ad aprile, lo yuan è diventato la terza maggiore valuta internazionale per emissione di lettere di credito, per una quota di mercato del 4 per cento. Da tempo Tokyo vuole acquistare bond cinesi e a marzo ha chiesto e ottenuto l’approvazione di Pechino ad acquistarne per circa 65 miliardi di yuan (poco più di 10 miliardi di dollari). È una quota simbolica, ma il Giappone diventa così la prima economia a ottenere questo privilegio.
È chiaro che tutte queste manovre bilaterali permetteranno al Sol Levante un più facile accesso ai promettenti mercati cinesi. Il ministro delle Finanze Jun Azumi ha dichiarato in conferenza stampa che fare a meno del dollaro “permetterà di ridurre i costi di transazione e i rischi di ricorrere alle istituzioni finanziarie per degli aggiustamenti, inoltre renderà entrambe le valute più utili”. Tutto più facile insomma, anche perché la Cina, dove il valore dello yuan è determinato politicamente, dovrebbe concedere al Giappone un’oscillazione maggiore nel cambio tra le due monete (del 3 per cento), rispetto a quella in vigore con il dollaro (1 per cento).

Alcuni analisti leggono l’accordo anche in chiave di riforme interne cinesi. Eswar Prasad, ex capo della divisione cinese del Fondo Monetario Internazionale, ritiene per esempio che “quello che la Cina sta facendo è una ‘strategia del cavallo di Troia’; cerca cioè di cavalcare l’idea di un Renminbi che si trasforma in valuta globale per superare le resistenze alle riforme interne”, dice al South China Morning Post. Le forze più filo-mercato – continua Prasad – potrebbero utilizzare l’internazionalizzazione dello yuan per spingere verso un mercato finanziario più “maturo”, la costituzione di un mercato aperto delle obbligazioni societarie e di un tasso di cambio flessibile.