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La Grecia vista da Pechino

5 June 2012versione stampabile

Gabriele Battaglia,
da Pechino
@Chen_the_Tramp

La soglia psicologica è stata raggiunta. I bancomat di Pechino negano prelievi da 2.000 yuan a chi ha un conto europeo. Oggi equivalgono a 252 euro e il limite è di 250 nella maggior parte dei casi.
Poca roba, si dirà, lo spavento è tutto del laowai che rimpiange i bei tempi in cui, al cambio, la moneta forte della “casa comune europea” ti riempiva inevitabilmente le tasche di banconote con il faccione di Mao.

TAKIS TAKATOS/AFP/GettyImages

Ma a Pechino in questi giorni si guarda ad Atene pensando a Francoforte. Che impatto avrà sull’economia europea e, soprattutto, su quella cinese, la probabile uscita della Grecia dall’euro?
Dai tempi della crisi finanziaria globale del 2008, per la quale le sue autorità economiche incolpano le politiche incaute degli Usa, la Cina ha smesso di fidarsi degli altri. Ai tempi, Pechino e Washington erano indissolubilmente legate da un rapporto definito “economia dei galeotti incatenati”: Cina vende merce, Usa compra e si indebita, Cina ricompra debito Usa e riempie le proprie casse di dollari. La svalutazione della moneta Usa, decisa dalla Fed per rilanciare l’economia, e il rallentamento dei consumi statunitensi prima ed europei dopo, hanno inceppato il sistema economico del Dragone, export-oriented.

Da allora, Pechino ha cercato di differenziare le proprie riserve e di emanciparsi sempre più dal biglietto verde, fino al più recente accordo con il Giappone per utilizzare yuan e yen nel commercio bilaterale.

Questo è il contesto. Oggi, su China Daily, diversi economisti esprimono la propria opinione sul “worst-case scenario” come esito della crisi greca: l’uscita di Atene dall’eurozona. È una lettura interessante perché ci fa capire come il tracollo di un Paese tutto sommato piccolo (Grecia), ma integrato in un sistema più grande (Europa), possa provocare sciagure globali.

Lo strumento per anticipare possibili “sindromi greche” è, nella visione di molti economisti cinesi, il nuovo “pacchettino” di stimoli su cui stanno lavorando le autorità economiche.
Secondo indiscrezioni, i ministeri delle Finanze e del Commercio hanno già redatto un piano “per attutire l’eventuale impatto [dell’uscita di Atene dall’euro] su tasso di cambio e flusso di capitali, nonché la sua influenza sul commercio”, rivela per esempio un “economista senior, che ha chiesto l’anonimato”.

Un piano non più quantitativo, bensì qualitativo. Zhang Yansheng, segretario generale del Comitato accademico della Commissione Nazionale di Sviluppo e Riforma dice a questo proposito che “sarebbe poco saggio strafare”, aggiungendo che un pacchetto di stimoli enorme, simile a quello del 2008, non è necessario. “La lezione che la Cina ha tratto dalla precedente crisi finanziaria, a seguito del crollo di Lehman Brothers, è di dare priorità alla trasformazione della struttura economica. Dopo quella crisi, le regioni occidentali della Cina hanno visto maggiori investimenti e ottenuto una crescita più elevata rispetto a quelle centrali e orientali”, dice l’economista.

Il Dragone punta insomma  a “fare da sè”, investendo nelle proprie sacche di arretratezza (in risposta agli occidentali che chiedono alla Cina di assumere responsabilità da superpotenza economica, i leader di Pechino amano ripetere un giorno sì e l’altro pure che in Cina convivono primo, secondo e terzo mondo).
Mai come in questo caso, la parola cinese per “crisi” – wéijī (危机) – corrisponde ai caratteri che la compongono: pericolo (危) e opportunità o trasformazione (机).

Tuttavia, opportunità e trasformazioni rischiano di andare a farsi benedire se la crisi greca scatena una reazione a catena che investe tutto il mondo.
In tal caso, “l’economia cinese potrebbe essere colpita”, dice Liu Shiguo, ricercatore all’Accademia  di Scienze Sociali e “sicuramente il mercato finanziario cinese avrebbe uno shock a breve termine”.
Un’uscita greca potrebbe infatti provocare “default di debiti sovrani, scricchiolii del credito e il deprezzamento dell’euro, determinando un malsano apprezzamento dello yuan [ecco dove sono finiti i soldi del bancomat, ndr] e danneggiando il commercio cinese”.
“Inoltre – aggiunge Liu – potrebbe ridursi il valore delle riserve in euro”, che si stima rappresentino più del 20 per cento della valuta estera nei forzieri di Pechino. Proprio nel momento in cui le banche del Dragone dovrebbero fare prestiti alle imprese cinesi in crisi per il mancato export.
Quello del credito è percepito come un problema fondamentale, considerando soprattutto la bolla immobiliare provocata dai “soldi facili” (per alcuni, per altri no) del pacchetto 2008. Da questo punto di vista, “Il caso greco è un avvertimento per le banche cinesi a prestare attenzione alla loro prestiti, soprattutto per le piattaforme di debito locali”.

E le imprese che investono in Grecia?
Alcune compagnie cinesi – dice China Daily – non hanno ancora registrato alcun impatto sulle proprie attività ad Atene e dintorni. La Cina Ocean Shipping Company, la più grande compagnia statale di navigazione, non ha per esempio preso alcuna misura specifica. È l’impresa che nel 2008 si è “comprata” mezzo porto del Pireo, firmando un contratto da 4,2 miliardi di euro per potervi operare, con i propri container, per almeno 35 anni.
La Cina si fida di se stessa, il Pireo è una sua base e la crisi è sia un pericolo, sia un’opportunità.