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Libia, l’unica certezza è il caos

6 June 2012versione stampabile

Christian Elia

Cronaca, stringata, delle ultime ore in Libia. Un gruppo di miliziani, incolpando il governo di aver attirato in una trappola mortale il loro capo, occupano l’aeroporto di Tripoli. La Cirenaica lavora alla separazione dalla Tripolitania, il consolato Usa a Bengasi oggetto di un attentato.

JOSEPH EID/AFP/Getty Images

Ecco la fotografia del caos. Andiamo con ordine, partendo dall’aeroporto di Tripoli. Ieri, 5 giugno 2012, all’alba, un paio di carri armati e altri mezzi blindati hanno sfondato i cancelli e occupato le piste dell’aerostazione della capitale. Gli uomini della brigata al-Awfiya, composta da miliziani della città di al-Tarhuna, ottanta chilometri a sud di Tripoli, chiedono la verità sulla sorte del colonnello Abu Oegeila al-Hebeishi, il loro comandante. Era partito il 3 giugno alla volta di Tripoli, convocato dai vertici dei servizi di sicurezza del Paese. Di lui si sono perse le tracce. I suoi miliziani sono convinti che possa essere stato ucciso.

Dopo trattative varie e promesse che non sono state rese note, la brigata ha sgomberato l’aeroporto. Qualcosa, prima o poi, magari si saprà della sorte di al-Hebeishi, ma questo finisce per essere l’ultimo dei problemi. Almeno rispetto a quello di milizie che, ucciso Gheddafi a ottobre e vinta la guerra, non hanno mai smobilitato. Anzi, perdendo l’unico elemento unificante, che era l’odio per il Colonnello, hanno preso a seguire agende diverse. Tutte sostenute da un arsenale impressionante, figlio dell’unione delle imponenti scorte dell’esercito libico e degli aiuti arrivati dall’estero durante l’insurrezione.

Una logica territoriale, a volte differente da una città all’altra. Zintan, Misurata, Tripoli, Bengasi. Tutti contro tutti, gli uni contro gli altri armati. Ecco il caso della Cirenaica, con Bengasi che rispetto a Tripoli (e alla Tripolitania) è di fatto un altro stato.

Ieri, a Bengasi, l’autorità locale ha deciso che verrà impedito il passaggio delle merci provenienti dall’Egitto verso Tripoli fino a quando non verra’ accolta la richiesta di una nuova ripartizione dei seggi dell’Assemblea costituente. La Cirenaica vuole almeno 60 dei 200 seggi dell’Assemblea che scriverà la futura Costituzione.

Armati e divisi per feudi territoriali. Ma non basta. Le anime dell’insurrezione, come sempre, sono molteplici. Una delle fratture più grandi all’interno degli insorti libici è quella tra miliziani integralisti e moderati, più che laici, che sono davvero pochi. Una di queste anime, ieri notte, si è fatta viva a Bengasi. Il locale consolato Usa di Bengasi è stato oggetto di un attentato, che non ha causato feriti. Un ordigno rudimentale è esploso, senza provocare feriti, davanti all’ingresso della sede diplomatica statunitense. L’attentato è stato rivendicato dal Gruppo Prigioniero Omar Abdelrahman, che ha minacciato “gli interessi statunitensi” nel Paese nordafricano, ha riferito una fonte della sicurezza a Bengasi.

Il movimento sostiene Abdelrahman, lo sceicco cieco emiro delle al-Jamaa al-Islamiyya, gruppo salafita che ha colpito in Egitto negli anni Settanta, oggi all’ergastolo negli Stati Uniti dopo essere finito sotto accusa per gli attentati al World Trade Center del 1993. Vecchi ricordi, vecchi nemici. Gruppi che, a seconda della convenienza, Washington ha ritenuto amici, nemici, di nuovo amici e di nuovo nemici. E’ il caso di Abdel Hakim Belhadij, prima vittima di rendition nel 2004, ora leader rivoluzionario in Libia.

E’ la stessa Libia, nella sua interezza, che vacilla. Anche a livello di popolazione. Perché se ciascuno puntasse a un feudo, ma condividesse un sentimento ‘nazionale’, sarebbe più facile. Ma non è così. Il caso più drammatico, come ha raccontato in modo magistrale Silvestro Montanaro sulla Rai, è quello di Tawargha, 250 chilometri da Tripoli.

Una città fantasma, dove la popolazione nera è stata deportata e assalita dai miliziani di Misurata, convinti che da questa cittadina lealista fossero partiti gli assedianti che tanto dolore hanno causato alla città costiera durante la guerra. Odi, rancori, vendette. Quale dopoguerra non ha contato le sue ferite? Solo che Tawargha racconta di un altro problema: per gli arabi, i neri di Tawargha e non solo, pur nati e cresciuti in Libia, non sono libici. Per una forma di razzismo che non è mai venuto meno e che adesso si ammanta di conti politici da saldare.

Ecco che la strada verso le urne, il 19 giugno, sembra un percorso da fare bendati su un campo minato. Tra fazioni che, perso il comun denominatore, non riescono più a dare una somma coerente. Di fatto, oggi, un anno e mezzo dopo l’insurrezione in Libia, l’unica buona notizia è che Gheddafi non c’è più.

3 Responses to Libia, l’unica certezza è il caos

  1. AglieglieBratsov

    6 June 2012 at 22:01

    Ma è quello che volevamo noi, Napolitano, Hillary wecamewesawhediedhahahaha Clinton, Obamort, Sarkofagy, Camerdon, è libera, è nostra, evviva è… la Bernard Henry Lybie

  2. el azzaharita

    7 June 2012 at 17:48

    volevano portare la loro pace, hanno portato la loro guerra e, tra i fratelli mussulmani in egitto, al qaeda in libia e altri movimenti religiosi in algeria, il nostro povero ex leghista marroni…………………. che brutta otalia, che brutta italia ………..

  3. Angelo

    7 June 2012 at 18:46

    La globalizzazione a tutti i costi porta a questo. Purtroppo l’occidente vive di una malattia psicologica cronica: pensa che ogni azione è giusta, e che siamo noi i buoni per decidere la sorte dei cattivi. Non si fa altro, in realtà, che portare ulteriore scompiglio, perchè ci si va a sostituire a un dittatore, che quanto meno teneva unite le sorti del proprio paese e commercializzava in maniera più o meno coerente con il mondo. Ed ora? Il CAOS!
    A volte mi impressiona la facilità d’azione con cui si interviene militarmente, inversamente proporzionale alla difficoltà d’azione a sistemare le cose dopo le bombe.
    ASSURDO!