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Euro, Europa, cultura. Trovate le differenze

8 June 2012versione stampabile

@angelomiotto

Europa. Adesso ci arriva, la cancelliera Merkel: un piano per un’unità politica (e di bilancio, ci mancherebbe) da attivare nei prossimi 5 o 10 anni. Sempre che un’Europa ci sia ancora, verrebbe da dire ricordando i punti dell’economista Krugman che in cinque mosse mette la corona funebre alla moneta unica.

E qui sta uno dei punti. Europa oggi significa euro.

Romano Prodi, nel dibattito sugli Stati Uniti d’Europa promosso da Il Sole 24 ore, dice molte cose, fra cui una che colpisce. La distanza fra cittadini e istituzione europea negli ultimi anni è stata scientificamente cercata dalla leadership.

E poi individua una ricetta per unificare il demos, il popolo europeo di cui ricordo di aver parlato in tempi non sospetti in diverse chiacchiere da bar, sul tema. Se l’Erasmus fosse stato potenziato e agevolato sarebbe stato un ottimo veicolo per creare quel tessuto comune, sociale e culturale, che avrebbe aiutato e non poco.

Ci risiamo, con la governance. È un problema mondiale, ormai. Anche laddove – leggi l’intervista a J.Stiglitz sulla stampa firmata da Paolo Mastrolilli – si individuano esempi non solo poco virtuosi, ma fallimentari del Fondo monetario internazionale rispetto a una serie di paesi (Argentina, Russia, Thailandia, Indonesia). Ricette di rigore, disoccupazione, domanda repressa, rivolta sociale. Non fa una piega. Ma soprattutto a che servono le esperienze di un recente passato? E perché non valutare, con le contromisure necessarie, le politiche ideologiche che sanno solo portare ad aumenti del debito che diventano ricatti per i singoli Stati? Sono interrogativi che contano ormai più di un decennio, ma nulla si fa. Evidentemente fanno comodo a più di uno. Di quelli che non vivono le normali asprezze della vita quotidiana. Quella degli esseri ‘normali’.

Siamo così impegnati a ragionare su fondi salva stati, governance, pareggio di bilancio nelle Costituzioni, spread, bund, bonos, banche di affari, equilibri che risentono della campagna elettorale Usa e contromosse cinesi che perdiamo il senso politico di un territorio, come l’Europa appunto, che rivendica a ragione radici storiche e culturali ben intrecciate, almeno in un passato che, al di là della storia che ci insegnano e che come unico comun denominatore ha le guerre e le alleanze, ha visto cultura e circolazione di idee come linfa utile e necessaria alla costruzione di una vera e propria civilizzazione.

Su che cosa dovremmo basare, allora, questi Stati uniti di Europa appare davvero poco chiaro. Unità nel nome del denaro e della moneta? Non appare ridondante ricordarci dei valori e degli ideali che in altri tempi ispirarono l’idea di una terra che nella ricchezza della diversità, e in nome di una stratificazione secolare, potesse raggiungere una matura consapevolezza di un solidale stare insieme. Dove gli squilibri rappresentino una possibilità di esercitare la reale volontà di partecipare a un unico sogno. Fatto più di cultura che di denaro virtuale o tintinnante.

Non è mai tardi. Sempre lo si voglia.