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L’irrilevanza europea

9 June 2012versione stampabile

Danilo De Biasio

Comprereste un’auto usata da Dimitris Christofias? Per aiutarvi nella risposta si tratta del Presidente della Repubblica di Cipro. Volete saperne di più? Ok: dal 1° luglio sarà proprio l’isola “spaccata” tra turchi e greci a ricoprire l’incarico di presidente di turno dell’Ue. E anche se la carica è sostanzialmente poco più che convenzionale fa un certo effetto sapere che questo Vecchio Continente malandato sarà rappresentato per il prossimo semestre da una piccola nazione che sta per chiedere aiuto al cosiddetto Fondo Salva Stati Europeo: solo così può sperare di evitare il collasso, dopo il patatrac della seconda banca cipriota. Tutta colpa delle esposizioni della Cyprus Popolar Bank verso i titoli di stato ellenici.

STR/AFP/Getty Images

In questo fotogramma c’è l’Europa di oggi, alla vigilia dell’ennesima riunione definita “epocale”. Certo l’Europa è molto altro ancora, non è solo conti in rosso e immobilismo politico, ma in una fase turbolenta come l’attuale questi problemi rischiano di condizionare l’intero continente, cioè una landa abitata da 500 milioni di persone. Che attrazione può scattare con i paesi vicini? Libertà, agiatezza, opportunità: sono ancora questi i messaggi che partono dall’Europa verso i Balcani o il Medio Oriente? E, ancora: ci sarebbe una reciproca convenienza fra Ue e nazioni confinanti? Una risposta definitiva non c’è, perché sono troppo veloci e interconnessi i cambiamenti provocati dalla crisi, ma è utile perlomeno abbozzarla.

I dati economici. Eurostat dice che il nostro prodotto interno lordo è il 50 percento più alto di quello dei Paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina). Ma sono numeri del 2010, con la crisi già in atto ma non a questi livelli. Per il 2012 la Banca Centrale Europea prevede un range che va da un calo dello 0,5 percento ad un rialzo dello 0,3 percento. Un po’ meglio le previsioni per il 2013: da zero a + 2 percento. Senza mai dimenticare cosa diceva il vecchio e saggio Trilussa sulle medie statistiche possiamo sbizzarirci con i confronti: fortunati i lussemburghesi che guidano la classifica del Pil procapite, due volte e mezzo la media dell’Europa a 27. L’Italia è a metà classifica con 30.500 dollari a testa, poco meno di un “gigante” come la Gran Bretagna (34.800), distanziando di 10mila dollari la già citata isola di Cipro. Giustamente il Pil è considerato dagli economisti più accorti un indice non “intelligente” per descrivere le condizioni di vita degli abitanti di una nazione (vedi Martha C. Nussbaum – Creare capacità – il Muilino 2012), ma resta il punto di raffronto più comune: il Pil procapite della Turchia è inferiore a quello della piccola Cipro (12.300 dollari contro 21.000) ma resta quasi il doppio dell’Egitto, una delle nazioni protagoniste delle rivolte arabe. Non risulta un leader egiziano che abbia preso in esame l’idea di chiedere l’ingresso in Europa; in compenso fra Turchia ed Europa è in corso un percorso stop & go davvero stucchevole, una trattativa che mescola donne velate e affari, emigrazione e diritti delle minoranze, vecchie ruggini e nuovi business. Qualcuno ci dovrebbe spiegare vista la paura del contagio islamico provocato dall’ingresso della Turchia in Europa, perché Istanbul è stata scelta nel 2010 come Capitale Europea della Cultura? Secondo Asaf Savas Akat, economista alla Bilgi University di Istanbul, “l’Unione Europea ha tratto beneficio dall’alto deficit commerciale e dalla crescita turca. Un’economia che cresce, di solito, aiuta anche le altre economie, soprattutto se questa crescita è spinta non da un incremento di esportazioni ma da una forte crescita della domanda interna. E la crescita turca, appunto, si basa su una forte domanda interna”. In sostanza il professor Asaf Savas sostiene che la Turchia ha mitigato la crisi europea. Ma non tutti a Bruxelles sono disposti a dare il benvenuto a 78 milioni di turchi, quasi un terzo dei quali ha meno di 14 anni.

Recentemente Standard & Poor’s ha abbassato la valutazione dell’economia turca scatenando la reazione di Ankara che ha promesso di creare una propria agenzia di rating, come già fatto dalla Cina. Quanti altri governi possono permettersi un tale gesto di fronte all’arbitrio di un pugno di persone che stabilisce il futuro di una nazione? Eppure è un tema essenziale, perché richiama la cessione di sovranità, lo strapotere della finanza sulla politica, la trasparenza dei poteri, il ruolo delle elites pubbliche. Marina Calloni insegna filosofia all’Università Milano-Bicocca e ultimamente si sta interrogando su tecnocrazia e populismo. “Le crisi create dalla globalizzazione sono più difficili da gestire: superano i confini nazionali e richiedono tempi rapidi di reazione, perché la finanza si muove più veloce delle decisioni politiche. Si sta allargando la distanza fra le richieste che vengono dalla società civile e le capacità delle elites politiche di rispondere o di ripensare alla politica, tanto più con le difficoltà vissute dai partiti tradizionali”. E secondo Marina Calloni “il populismo e la tecnocrazia sono risposte delle elites, un modo per rinegoziare il proprio ruolo con le masse. Il populismo da intendersi come imposizione dall’alto verso il basso, basata sull’uso di quelle retoriche comunicative mistificatrici che abbiamo conosciuto con il governo Berlusconi, utilizzate per tenere i cittadini in una sorta di bolla. E’ interessante il caso italiano” – continua Marina Calloni – “perché siamo passati dal populismo ad una forma particolare di tecnocrazia. Monti non è un tecnico, non solo perché è stato nominato senatore a vita, ma anche perché è stato Commissario europeo per ben due mandati”. Resta da capire se la soluzione “alla Monti” sia un’eccezione o possa diventare la norma, di fronte alla crisi. “L’Europa politica è in crisi” – risponde la professoressa Calloni – “abbiamo l’unione monetaria, merci e cittadini possono circolare liberamente, abbiamo una Carta dei diritti fondamentali ma di fatto è aumentata la distanza fra le elites al potere e i cittadini. Emblematico il comportamento di Angela Merkel la quale non capisce che il pareggio di bilancio non risponde alle esigenze vere degli europei. Due grandi osservatori della contemporaneità, Jurgen Habermans e Amartya Sen, sono uniti nel criticare questa Europa. Habermans ha scritto recentemente che i cittadini europei sono apatici perché non più coinvolti nel processo democratico: non più a livello delle singole nazioni, non ancora a livello europeo. Sen sostiene che l’Europa è sempre più carente di public reasoning, di quel dibattito che potrebbe dare finalmente legittimità al processo di coesione: peccato, perché l’Europa è potenzialmente il più straordinario dei processi sovranazionali degli ultimi decenni”, conclude Marina Calloni. Lapidario il commento di Roberto Santaniello, “prestato” da pochi mesi al Comune di Milano, ma da sempre uomo delle istituzioni europee: “spiace dirlo ma l’Europa è sempre indietro di 20 anni nelle decisioni da prendere”. Parole pronunciate proprio nella sede della rappresentanza del Parlamento Europeo a Milano.

L’Europa come esperimento non riuscito, interrotto. O forse come processo in cui spinte opposte si scontrano: quella delle banche e del profitto contro quella dei diritti e delle opportunità. Sta vincendo la prima e anche i nostri “vicini” se ne stanno accorgendo. Torniamo all’esempio turco: il governo Erdogan non sembra particolarmente turbato dalla lentezza con cui procedono i negoziati per l’ingresso nell’Unione Europea. Anzi si può permettere di ricordare ai tanti che – ragionevolmente – dubitano degli standard democratici turchi che è nella vicina Grecia che i neonazisti di Alba dorata sono entrati in Parlamento con quasi il 7 percento di consensi. Nessuno dei leader delle rivolte arabe ha messo l’ingresso in Europa al primo punto della propria agenda, anche se il sogno (o l’illusione?) di un futuro roseo sull’altra sponda del Mediterraneo muove ancora migliaia di persone. C’è solo una nazione che sembra sentire il richiamo europeo: Israele. L’Università Ben Gurion nel giugno 2011 ha realizzato un sondaggio su un migliaio di cittadini israeliani e l’81 percento di loro (il 12 percento in più del 2009) ha risposto che vorrebbe entrare nell’Ue. Il professor Avishai Margalit, uno dei fondatori di Peace Now (anche lui intervistato a Istanbul, durante il workshop sulle rivolte arabe organizzate dalla rivista Reset) non è stupito: “non conosco la ricerca ma credo si spieghi con il fatto che non abbiamo un futuro in Medio Oriente. Molti israeliani, anche di sinistra – che però lo dicono a mezza bocca – la pensano così. Certo, ci sono persone che sostengono che noi siamo parte del Medio Oriente, che ci piaccia o no questo è il nostro destino; ma con il crescere della tensione, molti sostengono che l’unica alternativa è l’Europa. Attenzione” – chiosa il filosofo israeliano – “la maggior parte degli israeliani non sa nulla dell’Unione Europea. E forse se conoscessero la situazione economica il sondaggio darebbe risultati differenti: più che una posizione politica mi sembra che quel sondaggio esprima un sentimento. Semplicemente molti credono che l’Europa sia un buon club e che sarebbe un’offesa venir rifiutati”. Chissà se ad Avishai Margalit, quando paragonava l’Europa a un club, gli è tornato alla mente uno dei più memorabili aforismi di Groucho Marx: “non vorrei far parte di un club che mi accettasse come socio”.

(ha collaborato Andrea Dessì)

 

One Response to L’irrilevanza europea

  1. Patrizia

    11 June 2012 at 15:16

    Vorrei puntualizzare che Egitto, Libia e cosi’ via sono Africa, non Europa. Mentre Israele si trova in Medio Oriente, di nuovo non si tratta di Europa.

    Mi chiedo come possano questi stati mettere in agenda l’ingresso in un Unione che mette come primo requisito quello di essere geograficamente parte del continente chiamato tradizionalmente Europa…

    E ora so gia’ che mi prendero’ della fascista…

    Patrizia