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I santi dei narcos

11 June 2012versione stampabile

Uno scheletro avvolto in un saio francescano e un mezzo busto in camicia bianca. Spuntano negli altari delle chiese messicana, nei salotti delle famiglie, nelle camere da letto dei ragazzi. Si chiamano Santa Muerte (detta anche Niña blanca) e Jesus Malverde e sono accreditati come due dei più importanti protettori dei narcos. Entrambi i “santi” non sono riconosciuti dalla Chiesa cattolica ma continuano a fare proseliti, complici gli scandali dei preti pedofili e dei “corvi” di San Pietro.

La Santa Muerte. Questi culti alternativi, “di strada”, spesso s’intrecciano al cristianesimo tradizionale. La Chiesa, però, spesso non è in grado di controllare gli effetti che questo sincretismo ha sui fedeli. Nel libro La fe de los sicarios, Carlos Monties, presidente del Consiglio degli studiosi del Cattolicesimo, racconta episodi di sacrifici umani per il culto della Niña blanca. Parla di come la condivisione di culto popolare diventi uno strumento per garantirsi il sostegno delle masse.

Lo dichiarava già nel 2009 il direttore dell’Istituto nazionale di scienze penali (Inacipe) Martin Barran. Le pratiche religiose, diceva, sono una forma di “autogiustificazione dei crimini, non solo un modo per lavarsi la coscienza”. Nell’universo delle superstizioni e della fede, i narcotrafficanti trovano santi a cui votarsi, ineluttabili destini da compiere e istituzioni insospettabili a cui affidare il proprio denaro, per la salvezza eterna.

Jesus Malverde, il Robin Hood messicano. La sua storia affonda le sue radici in agiografie pagane, mai riconosciute dalla Chiesa di Roma. Jesus Malverde, il “Santo dei narcos”, secondo la leggenda è un contadino vissuto nella regione di Sinaloa, a cavallo tra ‘800 e ‘900. Si dice che fosse figlio di “cafoni” morti di fame e di stenti per colpa dei latifondisti, dei signorotti che sfruttavano la terra e chi la lavorava. La loro scomparsa ha creato nel giovane Jesus una grande sete di vendetta. Così Malverde ha cominciato la sua vita da brigante, con lo scopo di saccheggiare i ricchi per donare ai poveri. Un Robin Hood oltreoceano quattrocento anni in ritardo rispetto all’originale inglese. La leggenda vuole che sia stato ucciso il 3 maggio 1909 dal generale Francisco Canedo, ingolosito dalla lauta ricompensa destinata a chi avesse fermato il bandito. Non fu sepolto per timore che la sua tomba diventasse un luogo di culto. Precauzioni inutili del vecchio regime di Porfirio Diaz. Si racconta che uno dei suoi fedeli più devoti sia Rafael Caro Quintero, fondatore del cartello di Guadalajara, responsabile dei maggiori traffici di eroina sulle coste statunitensi per tutti gli anni ’80. Il “Narco dei narcos”, come veniva soprannominato Caro Quintero, trovava in Jesus Malverde un modello, un’ispirazione. Come lui, migliaia di messicani.

Relazioni pericolose. Quando Papa Benedetto XVI il 26 marzo scorso ha chiuso la sua visita di tre giorni in Messico ha esortato il Paese a conservare la sua “fede vibrante”. “Desidero ripetere con forza e chiarezza un invito al popolo messicano ad essere fedele a se stesso e a non lasciarsi intimorire dalle forze del male, ad essere coraggioso e lavorare affinché la linfa delle sue radici cristiane faccia fiorire il suo presente ed il suo futuro”, ha detto Benedetto XVI ai fedeli. Parole per prendere le distanze dai narcos e dal loro mondo, per chiarire che la Chiesa non è la loro casa. Eppure, in Messico, esiste una relazione pericolosa tra gli emissari del Vaticano e i trafficanti di stupefacenti. Anche se all’apparenza non condividono la stessa fede. Anche se dal 2006 tredici religiosi hanno perso la vita per mano dei cartelli.

Basta viaggiare nei luoghi di culto messicani per accorgersi che i narcos non sono accolti solo dinanzi agli altari della Santa Muerte e di Jesus Malverde. Nella parrocchia cattolica di Erasmo Dorantes, a Pachuca, svetta una croce metallica alta 20 metri. Mancano pochi giorni all’arrivo del Papa, quando un giornalista del Guardian viene a far visita al prete. A portarlo fin qui, una targa, esposta all’ingresso, in cui si ringrazia Heriberto Lazcano, capo dei Los Zetas, per aver realizzato la parrocchia. “Io dico messa tutte le domeniche, non ho niente a che fare con quella gente”. Il prete dice di non saperne nulla, ma già nel 2010 era scoppiato uno scandalo sui media locali. Tanto rumore per nulla: le “narco-donazioni” continuano ad essere una pratica diffusa.