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Nigeria, la crisi infinita

11 June 2012versione stampabile

Il luogo dell'attentato a Jos (Afp/Getty Images)

 
 Alberto Tundo

Biu e Jos, lo Stato del Borno e quello del Plateau. Sono queste le località in cui domenica Boko Haram è tornata a colpire, ricordando alla Nigeria che i sogni di grandezza futura riposano su basi fragili. A Biu, tre uomini armati sono entrati in una chiesa durante una funzione e hanno aperto il fuoco; a Jos un attentatore suicida ha guidato una macchina carica di esplosivo all’ingresso della Christ Chosen Church, ferendo cinquanta persone, ma altre sei ne sono morte quando i cristiani sono scesi in strada, facendosi giustizia da soli, tentando addirittura di impedire a polizia e soccorritori di raggiungere il luogo dell’esplosione. Alla fine il bilancio è di sette morti. Poteva andare peggio, anche se fonti della Fema (Federal Emergency Management Agency) sostengono che le vittime siano di più. Ma proprio la vicenda di Jos dimostra che ormai non è una questione di contabilità: l’attentatore ha ucciso una persona, la violenza di risposta però ha fatto altre sei vittime.

Il punto è questo: Boko Haram, con pazienza e abilità, sta cercando da mesi di far saltare la faglia nord-sud, quella tra Islam e cristianità, che in realtà ne contiene altre molto più sensibili, ma che di fatto ha un potenziale esplosivo enorme. Il numero e la frequenza di attacchi contro luoghi di culto cristiani sono in rapido aumento. Solo il 3 giugno, un altro attentatore aveva diretto un’auto carica di esplosivo contro una chiesa a Yelwa, non molto lontano da Bauchi, uccidendo 12 persone. Il 29 aprile, altre 19 persone sono morte nell’attacco a un edificio dell’università di Kano, dove era in corso una funzione cristiana. Venti giorni prima, i miliziani avevano insanguinato la Pasqua colpendo una chiesa a Kaduna e facendo 36 morti. E così via, fino ad arrivare alla vigilia di Natale del 2010 cui si fa risalire la svolta di Boko Haram: quel giorno si registrarono attacchi simultanei a obiettivi cristiani. Tra attentati e violenza di strada morirono 80 persone. Svolta che trasformò la setta, che fino ad allora aveva combattuto per un rafforzamento della Sharia nel nord musulmano, colpendo prevalentemente esercito e polizia, in una milizia di impronta qaedista, con un’agenda più complessa e inquietante e una metodologia dichiaratamente terroristica. Una trasformazione attribuita da analisti e inquirenti all’affermazione dell’ala radicale, fatta di giovani estremisti, in contatto con elementi del qaedismo africano, già attivi in Al Qaeda nel Maghreb islamico e poi negli Shabaab somali. Accanto a questa, però, sembra esistere ancora una Boko Haram più “tradizionale”, meno interessata allo scontro tra cristiani e musulmani e più propensa a colpire simboli dello Stato, quella, per intenderci, che l’8 giugno ha attaccato una caserma della polizia a Maiduguri, la città in cui la setta fu fondata, uccidendo cinque agenti.

Ma l’equazione del disastro nigeriano è incompleta se non ci si sofferma anche sull’altro termine, lo Stato. La Nigeria sta perdendo la sua guerra contro Boko Haram e questo fallimento, prima ancora che militare, è politico. Impreparazione dei servizi di sicurezza, disorganizzazione e mancanza di mezzi di esercito e polizia, organismi direttivi pletorici e inconcludenti, corruzione dilagante. Il cocktail del disastro ha molti ingredienti: in tre anni, la politica del pugno di ferro non ha prodotto risultati tangibili, o almeno non quelli sperati. Ha contribuito invece a decimare la vecchia leadership, favorendo l’avvento di un’ala radicale e stragista, e ad allargare le basi di consenso della setta attraverso una serie di omicidi indiscriminati. Ma il sospetto è che qualcuno all’interno degli apparati stia usando la setta islamica per tessere altre trame. Argomento delicato, non supportato da alcuna evidenza, eppure credibile e sempre più spesso dibattuto. Lo scrive il quotidiano This Day, dando voce ai timori che serpeggiano all’interno dell’entourage del presidente Goodluck Jonathan: ci sono generali, governatori  e alti funzionari, ma anche militari e poliziotti, che hanno stretto un patto e stanno usando Boko Haram per colpire Jonathan e la sua amministrazione. All’origine di tutto c’è il rancore per l’elezione del presidente, che avrebbe infranto la regola dell’alternanza tra cristiani e musulmani, uomini del sud e del nord, nell’accesso alle cariche principali. Jonathan era il vice di Umaru Yar’Adua, musulmano eletto presidente nel 2007, cui subentrò nel 2009 quando quest’ultimo si ammalò, morendo poco dopo. Secondo i frondisti, Jonathan non avrebbe dovuto ricandidarsi, favorendo l’elezione a presidente di un politico musulmano del nord. Ma lo scontento riguarda anche la scelta del presidente cristiano di piazzare in posti chiave degli apparati di sicurezza altri cristiani del sud, emarginando i vecchi papaveri del nord, da sempre potentissimi e intoccabili. L’ultimo episodio è la nomina del generale Andrew Azazi al posto di consigliere per la Sicurezza nazionale, alla guida dell’Nsa, l’agenzia che, tra le altre cose, controlla la Paf, la Presidential Air Fleet, cioè ha in mano la sicurezza del presidente nei suoi frequenti viaggi aerei. Che Jonathan non voglia in quella posizione un generale del nord della vecchia guardia è comprensibile ma è anche particolare piuttosto rivelatore. Boko Haram quindi tornerebbe utile per seppellire una volta per tutte i sogni di gloria di Jonathan, portando il Paese sull’orlo dell’implosione. Un gioco molto pericoloso, questo è chiaro a tutti.