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Addio Stevenson, campione oltre il ring

12 June 2012versione stampabile

Christian Elia

I soldi non danno la felicità, recita un vecchio adagio, ma tante volte vengono utilizzati come un metro di giudizio. O un confine. Quello tra la grandezza dell’eternità e quella che resta solo una gran bella storia. Teofilo Stevenson, morto oggi 12 giugno 2012, ha sempre ballato su questo confine. Come solo un pugile sa fare, imponendo la leggerezza, contro la gravità del pugno.

Getty Images

Una sfida di natura, l’agilità contro la forza. Stevenson è stato uno dei più grandi pugili di tutti i tempi. Ha danzato con la storia, ha schivato il professionismo e milioni di dollari che gli sarebbero piovuti addosso. E’ uscito dalle corde, sempre, come la sua Cuba soffocata dall’embargo.

Facendola grande nel mondo: oro olimpico nel 1972 a Monaco, nel 1976 a Montreal, nel 1980 a Mosca. Pesi massimi, quelli che si trascinano la storia, quelli che nei guantoni ci mettono l’epica. E ancora oro ai mondiali del 1974 all’Avana e del 1978 a Belgrado, fino all’ultimo alloro, nel 1986, a Reno.

La boxe, negli anni di Stevenson, era una miniera d’oro. Storie che, a suon di dollari, si facevano leggenda. Gli organizzatori di incontri impazzivano per quella quercia d’ebano, flessuoso e potente. Gli offrirono cinque milioni di dollari per sfidare il campione mondiale dei pesi massimi Muhammad Ali. Li volevano differenti, li volevano uno contro l’altro. Il massimo della vita. Teofilo, però, disse no.

”Cosa valgono cinque milioni di dollari, quando ho l’amore di cinque milioni di cubani?”, dichiarò alla stampa sgomenta di tutto il mondo. Il professionismo, a Cuba, è proibito. Andare per il mondo voleva dire che la rivoluzione non dava la felicità. Ha deciso che quello che significava Cuba, con tutte le sue contraddizioni, era più importante dei dollari. Lui contro Alì. Che se ci pensi ti resta come un magone, per quello che poteva essere e non è stato. A livello sportivo. Perchè a livello umano, invece, hanno combattuto assieme.

Teofilo, con il suo no, ha urlato al mondo che un sogno vale più di tutto, mentre Mohammed guadagnava valanghe di soldi, ma li usava per urlare al mondo il suo disprezzo per la guerra in Vietnam e per la discriminazione dei neri negli Stati Uniti. E hanno pagato il loro coraggio, la loro coerenza. Teofilo rinunciando a tanti soldi, Mohammed conoscendo anche il carcere. Come pugili veri, rialzandosi dopo un colpo subito, non si sono mai fermati. Se non di fronte all’età, che non fa sconti a nessuno.

Alì conobbe l’onta di alcune sconfitte imbarazzanti, Teofilo nei Campionati mondiali di pugilato dilettanti 1982, dopo 11 anni di vittorie consecutive, venne sconfitto dall’italiano Francesco Damiani. Alì si riprese il titolo tre volte, Stevenson avrebbe potuto vincere anche le Olimpiadi di Los Angeles del 1984, ma l’Unione Sovietica boicottò quell’edizione per rappresaglia contro il boicottaggio statunitense del 1980. Cuba e gli altri paesi socialisti non parteciparono.

Avevano già vinto, sia lui che Mohammed. Erano simboli, al di là dello sport. Mentre Mohammed si ammalava, Teofilo viveva di ring, formando come tecnico generazioni di cubani innamorati di lui. Molti di quei ragazzi scappano da Cuba e da una rivoluzione che invecchiava male, lui restava là, piantato al centro del quadrato a spiegare che l’amore del suo popolo l’aveva ripagato di tutto il resto.

Tutti si sarebbero aspettati che sarebbe stato Alì il primo a lasciarci, e invece oggi – a soli 60 anni – è toccata a Stevenson. Innamorati di questo sport, mai delusi. Perché il match più bello di tutti i tempi sarebbe potuto essere Stevenson – Alì. Ma alla fine, tra milioni di dollari e titoli e corone, sarebbe stato solo un incontro. Così, combattendo in parallelo, hanno lasciato una promessa. Di un grande match e di uno sport che non si limiti solo a essere un risultato. Non hanno combattuto, ma ci hanno regalato un sogno: l’attesa di un match che non si è tenuto mai. Un incontro, finisce. Un sogno, non lo batti mai.