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Africa, suicidio idrogeologico

13 June 2012versione stampabile

Donna mauritana va a fare scorta d'acqua (ABDELHAK SENNA/AFP/GettyImages)

 

Alberto Tundo

Un continente senz’acqua, sull’orlo del disastro ambientale, con milioni di persone private dell’ accesso alle risorse idriche e condannate alla fame, alla sete e alla malnutrizione. Questa è l’Africa descritta da Grain, ong ambientalista, in un report che svela l’altra faccia del già inquietante land grabbing. Si chiama “Squeezing Africa Dry. Behind Every Land Grab is a Water Grab” (Strizzando l’Africa: dietro la corsa alla terra c’è la corsa all’acqua, traducendo a senso più che letteralmente) il documento, ma per un titolo più efficace basterebbe riprendere il commento di Henk Hobbelink, il coordinatore di Grain, secondo cui “se si permette che il land grabbing continui, l’Africa si condanna al suicidio idrogeologico”. Giudizio lapidario e inquietante che però trova molte conferme. La cessione di enormi porzioni di territorio a fondi sovrani e company di varia provenienza da parte dei Paesi africani, spesso in cambio di cifre ridicole e per periodi di tempo molto lunghi, sta comportando la distruzione delle forme di sfruttamento agricolo praticate dalle comunità locali, che per secoli hanno tratto sostentamento da aree situate in prossimità di fiumi e laghi, riuscendo a utilizzare acqua e terreno in un ciclo armonioso e sostenibile. Il land grabbing invece comporta operazioni agricolo-industriali su larga scala, che necessitano di complesse opere di ingegneria idraulica, canalizzazioni, sistemi di dighe, un intervento invasivo al termine del quale si ha privatizzazione de facto delle risorse idriche, dalle quali sono escluse le comunità locali.

Semplificando, ma non poi così tanto, il report arriva a una conclusione: il vero obiettivo del land grabbing non è la terra ma l’acqua. I contratti con cui molti Stati africani hanno dato in affitto ampi territori a società che vogliono realizzare progetti agricoli infatti prevedono anche l’utilizzo delle risorse idriche, a titolo gratuito e senza alcun limite. In Etiopia, per esempio, nella regione del Gambella, una delle più colpite dal fenomeno del land grabbing, enormi porzioni di territorio sono in mano alla Al-Amoudi’s Saudi Star Development Company, del miliardario saudita Mohammed al-Amoudi, la cui nuova proprietà viene irrigata con acqua prelevata dal fiume Alwero. L’impatto delle attività di questa società e il relativo saccheggio delle risorse idriche hanno messo in difficoltà gli Anuak, la popolazione dell’area il cui ciclo della vita dipendeva dall’Alwero e che improvvisamente si è ritrovata quasi privata dell’acqua del fiume. Ma cosa vogliono davvero l’Al-Amoudi Saudi Star Development o l’indiana Karuturi Global, anch’essa particolarmente attiva in Etiopia, la terra? No, quella la troverebbero in abbondanza in Arabia o in India. Vogliono l’acqua: di quella hanno bisogno per le loro coltivazioni water intensive. E’ l’acqua, una risorsa preziosa che entro breve potrebbe diventare più invitante del petrolio, a far gola. Un sospetto inquietante destinato a diventare un segreto di pulcinella. Basta sentire cosa dice Neil Crowder, della britannica Chayton Capital, che di recente ha fatto “acquisti” in Zambia: “Il valore non è nella terra, il vero valore è nell’acqua”. E l’acqua potrebbe essere l’ultimo bottino sottratto a un continente dove già oggi una persona su tre non ha accesso a questa risorsa. Ma questo è bene non dirlo, per cui periodicamente vengono diffusi report strabilianti sulla quantità di acqua presente nel sottosuolo africano, un vero e proprio tesoro nascosto. Per Grain non è così: l’Africa rischia piuttosto il disastro ambientale.

Per capire perché è difficile che possa trattarsi di allarmismo immotivato basta fare due cose: dare un’occhiata ai progetti in corso e al loro impatto e poi vedere cosa è successo in quelle aree in cui sono stati applicati gli stessi metodi. Partiamo allora dal bacino del Nilo, una delle zone più ambite dai cacciatori di terra (e di acqua): qui, Egitto, Etiopia, Sudan e Sud Sudan hanno già un sistema d’irrigazione che copre 5,4 milioni di ettari: con i nuovi contratti di land lease, questi Paesi hanno ceduto altri 8,6 milioni di ettari. Per irrigare questi 14 milioni di ettari a stento basta tutta l’acqua del bacino. E infatti già oggi, la quantità d’acqua del Nilo che arriva a tuffarsi nel Mediterraneo è irrisoria. Cosa resta alle popolazioni? Spostiamoci in un altro importante bacino, quello del Niger. Qui, il Mali, con le sue risorse idriche ha un potenziale di irrigazione che le consente di coprire 250 mila ettari, ma ha appena firmato contratti per 470 mila ettari. Politiche miopi, dissennate e dannose già sperimentate nell’area del lago d’Aral, un tempo uno dei quattro laghi più grandi del mondo; Kazakhstan e Uzbekistan dagli anni Sessanta in poi hanno cominciato a usare l’acqua dei due fiumi principali che sfociavano nel lago per irrigare 2,5 milioni di ettari di territorio. Se nel 1960, l’Aral riceveva 50 chilometri cubi d’acqua all’anno, trent’anni dopo non riceveva più nulla. Nel 1990 la superficie del lago si era ridotta della metà, il suo volume del 75 per cento. Il 95 per cento delle terre fertili che lo circondavano ora è deserto. La pratica della trivellazione per portare l’acqua in superficie ha fatto perdere all’Arabia Saudita il 60 per cento delle sue riserve idriche, come l’India, che utilizza 250 chilometri cubi di acqua mentre le piogge ne restituiscono solo cento. Disastro anche in Pakistan, dove la Green Revolution degli anni Sessanta ha trasformato il Paese in uno dei più grandi esortatori di cotone, ma a un prezzo: lo svuotamento del corso dell’Indo, da cui dipende il 90 per cento dell’agricoltura pachistana. Con una conseguenza: di 22 milioni di tonnellate di sale all’anno trasportate dal fiume, solo 11 finiscono nel mar Arabico. Gli altri hanno formato una crosta bianca sui campi coltivati che uccide i raccolti.