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Quale Europa. Risanamento e propaganda

15 June 2012versione stampabile

Angelo Miotto

Risanamento, rigore, austerity. La strada imboccata negli ultimi mesi da chi muove la politica europea agisce sulle medesime leve. La crisi internazionale partita dagli Usa e che da lì si riflette nell’attacco all’euro grazie all’azione delle banche di affari ha portato ai meccanismi di indebitamento progressivo, con i singoli Stati sotto attacco obbligati a riconoscere dei tassi di interesse sempre crescenti per i titoli emessi a copertura del debito. L’Europa sociale, le politiche del welfare, la famosa questione dell’Europa politica si sta riaffacciando ora che ci si avvicina al vertice di fine giugno, a tempo praticamente scaduto. Suonano paradossali le dichiarazioni del leader europei rispetto a politiche che avrebbero dovuto essere le vere fondamenta per una solida unione fra Stati, quindi fra popoli. L’ideologia che è uscita vincitrice dagli scontri delle ideologie del secolo passato ha deciso altrimenti, come ci insegna l’introduzione nella carta Costituzionale del concetto di pareggio di bilancio.

Sean Gallup/Getty Images

Marco Pagani è un praticante avvocato che lavora in uno studio internazionale, con un master all’University College of London, fra gli autori del saggio ‘Il diritto contro la crisi’, edizioni Aracne. Spiega, a E il mensile on line, come la complessità del problema sia stata evitata e come si stia giocando una partita di ‘propaganda’ mediatica, che gioca quasi esclusivamente sul concetto di risanamento del deficit, quindi rigore.
Partiamo da qui.

“Quello che sta avvenendo, di fatto, è una grande campagna mediatica che presenta il pareggio di bilancio come unica necessità e la politica del rigore come unica via d’uscita. Il risanamento del bilancio dello Stato viene presentato come l’unico problema da risolvere e parallelamente non si presta attenzione alla complessita della crisi. Non c’è alcuna volontà di rappresentare il contesto generale dei problemi all’interno del quale parlare seriamente del deficit dello stato. Con la maschera della necessità si adottano politiche di smantellamento del welfare e di riduzione dei diritti dei cittadini giustificando queste manovre politiche con la necessità di risolvere la crisi in tempi brevissimi e a qualsiasi prezzo sociale. Vengono inseriti nei governi dei vari stati personaggi apparentemente neutrali, dipinti con il nome di tecnici, che portano avanti strategie coerenti con quest’ideologia. Autorevoli figure tecniche che hanno il compito di indicare alle proprie popolazioni come unico problema il deficit di bilancio, e di portare avanti la propaganda neoliberista. Chi ha il potere di inserire nei governi queste figure tecniche ? Questo potere è nelle mani dei creditori dei vari Paesi che potrebbero vedersi ridotto il profitto per prestiti concessi, a tassi iniqui negli ultimi anni soprattutto, ai vari stati nazionali.

Quindi parliamo di un’Europa che oggi cerca di tornare a parlare di una politica comune, ma solo in nome di bilancio e garanzie finanziarie?

Uno dei grossi problemi dell’Europa fin dalla sua nascita risiede nel fatto di non aver preso in considerazione la complessità della società. A livello europeo spesso si parla di problemi economici, sociali e politici. Ma per me sono categorie che non possono essere slegate fra loro. Quando si persegue solo uno degli obbiettivi, come il risanamento, e non si considera che questo è intimamente connesso al sociale ( magazzini pieni e scarso potere di acquisto) allora è un problema dell’Europa pensare che si possa risanare il bilancio con dei cittadini che non possono comprare le merci. Così come il problema di avere dei deficit troppo alti nei singoli Stati non può che creare ripercussioni sul welfare. Tutto andrebbe studiato nel suo insieme, nella sua complessità. È una politica troppo frammentaria quella dell’Europa in questo momento.

C’è, paradossalmente, la possibilità di tornare a singole divise nazionali in un sistema di cambi con una banda di fluttuazione?
Precludere le alternative sarebbe una cosa sbagliata. Non ci sono dogmi nelle scienze sociali. Si potrebbe tornare alle divise nazionali? Certo, ma questo genererebbe inflazione e con la debolezza delle zone meridionali dell’Europa si potrebbe avere un’ondata di iperinflazione nel breve periodo. Nel medio e lungo periodo invece potrebbe anche essere vantaggioso per gli stati riappropriarsi della sovranità economica e fare un po’ di inflazione, per rendere le proprie merci più competitive. Se l’Europa unita è un insieme di politiche di austerity e di trasferimento di ricchezza dalle classi più basse a quelle più alte allora sarebbe utile tornare a un sistema che abbiamo già conosciuto. Resterebbe un percorso di serie B che ci riporterebbe indietro, ma magari non in un incubo neoliberista. Il mondo di oggi è sempre più interconnesso, e tornare indietro al sistema atomistico degli stati-nazione sarebbe un fallimento: molti dei problemi di oggi infatti non sono risolvibili a livello nazionale. Si pensi ad esempio al problema dell’ambiente: se vogliamo scongiurare gravi problemi ecologici dovremo agire a livello globale, con regole condivise e, quindi, rinunciare ad un po’ della sovranità nazionale. Si pensi alla gravità ed alla scala sovranazionale del problema finanziario: io non credo che i cittadini europei meritino che i propri governi perseguano soluzioni di serie B come quelle fin’ora viste.

 

3 Responses to Quale Europa. Risanamento e propaganda

  1. Antonio Bassi

    15 June 2012 at 18:52

    Finalmente una voce alternativa a quella di Paolo Barnard.

  2. Matteo Berta

    27 June 2012 at 12:12

    Non ho capito quale sarebbe il problema, ha solo da ringraziare giornalisti liberi come Paolo Barnard signor Bassi.

  3. Silvia Marcuz

    20 July 2012 at 00:38

    Anche perchè Pagani mi pare un po’ contraddittorio.
    Non capisco perchè riprendersi la propria sovranità economica e monetaria lo reputa come una politica di serie B od un “ritorno indietro” e non vedo perchè escluderebbe la possibilità di regole internazionali sui problemi globali. L’importante è che gli stati (o meglio i popoli) aderiscano a queste regole in piena sovranità … E’ meglio il sistema in cui ci stiamo cacciando in cui la commissione Ue decide per noi regole e politiche ed i cittadini non hanno nessuno strumento per dire la loro?
    Temo che il neoliberismo abbia csì ben colonizzato le nostre mente che anche per chi cerca “alternative” non è facile liberarsi dalle sue cristallizzazioni e pensare diversamente.