home » blog » berlin café » Piccola Mula

Piccola Mula

21 June 2012versione stampabile

Quando è caduto il muro di Berlino avevo cinque anni. Dopo avermi messa a letto, mio padre guardava al telegiornale le immagini dei giovani che picconavano macerie portandosi via frammenti di storia. A sei anni ho iniziato ad andare a scuola e qualche volta sentivo parlare i grandi di guerre che avevano coinvolto il mondo intero e a sedici studiavo da libri che raccontavano di buoni e di cattivi.

Marjellchen ci invita ad entrare nella sua locanda con poche parole. È una signora imponente e dai toni pacati, affaticata dalla mole che si trascina appresso come una chiocciola con la sua conchiglia. Sulle pareti foto in bianco e nero nella luce soffusa di piccole abat-jour. Musica classica in sottofondo. Tra sigarette forti e un calice di Brut, Marjellchen comincia a raccontare.

Piccola Mula, la chiamava sua nonna. In un dialetto che oggi non esiste più. Il dialetto della Prussia dell’est, che neanche quella oggi esiste più. La Piccola Mula è nata a Roma nel 49 ed è nata triste. Come sua madre con l’uomo italiano che aveva sposato e che l’aveva strappata alla terra che mai avrebbe smesso di sentire sua. Dopo poco tempo madre e figlia tornarono in Germania, nella Berlino divisa.

Questa locanda esiste da ventisette anni e ogni cosa qui dentro parla di loro. Nostalgie di un tempo che fuori da queste mura sembra non avere memoria. «Nessuno ne parla, nessuno si ricorda», nota lei con un filo di voce. «Dei quindici milioni di tedeschi che da un giorno all’altro si ritrovarono parte di uno stato che non era più il loro». Improvvisamente stranieri, racconta, prima espulsi e poi reinsediati in ciò che rimaneva della Germania sconfitta.

Sul lato del bancone c’è un libro con la copertina rovinata. Ha l’aria di essere lì da sempre, passato al setaccio da chissà quante mani. Ora le mie. Mentre la Piccola Mula racconta i ricordi della nonna, questi prendono vita nelle immagini che continuo a sfogliare. Strade ciottolate di un paese antico. Vecchie insegne. Iconografie di cavalieri teutonici. E poi le ceneri di una città fantasma.

Dal 1946 Königsberg si chiama Kaliningrad.